“Le meraviglie” di Alice Rohrwacher

Il nuovo tour di Letizia dai film al viaggio (e viceversa).

Ci sono registi il cui nome evoca sceneggiature e location di film in contesti urbani, altri in campagne con una natura incontaminata e lussureggiante. Alice Rohrwacher è tra i secondi. L’ho apprezzata in ogni suo film, da “Corpo celeste” del 2011 a “Lazzaro felice” del 2018. Ma “Le meraviglie” del 2014 mi ha conquistata più degli altri. Si parla di un soggetto che attinge molto all’autobiografia della regista, di madre italiana e padre tedesco (apicoltore). Ma lei stessa smentisce, parlando semmai di un’opera molto personale, che racchiude anche la sorella Alba, attrice in ogni suo film, e in questo, assistente alla regìa. Una peculiarità che, aggiunta alla declinazione tutta al femminile del film, ne fanno un’opera ancora più intrigante sin dalle prime battute.

La storia si svolge in un casolare in cui abitano Gelsomina, adolescente, le sue tre sorelle più piccole e i genitori: tutti dediti all’apicoltura vivendo ai margini del progresso, rifiutandone le regole, i simboli, i comportamenti. Dalla loro parlata intuiamo che si trovano tra la Toscana e il Lazio, in una campagna ricca e generosa. Potrebbe essere un quadretto di genuina bellezza, ma ben presto ci rendiamo conto che c’è un affanno in questa ricerca di una vita migliore e più pura; un’infelicità diffusa si mischia alle varie attività del quotidiano: dai risvegli alle smielature, scanditi dalle urla, i rimbrotti e i comandi di un padre padrone burbero e volitivo ai limiti della violenza. C’è la madre (Alba Rohrwacher) affaticata di delusione, che si sottomette a questo capofamiglia con fragili proteste, ci sono le figlie che seguono i dictat paterni controvoglia e spesso intimorite dalla sua autorità.

Il padre, coadiuvato dalla madre, ha tentato di creare una piccola isola felice per proteggere la sua famiglia da un mondo imbruttito che “sta morendo”, come afferma quasi alla fine. Ma il loro è un tentativo goffo, e appare ingenuo, puerile, fallimentare. Un idealismo ecologista che non trova però gli strumenti giusti per dare frutti produttivi e che finisce in una lotta senza scampo.

Gelsomina è quella che sembra avere compreso più del resto la situazione, e cerca silenziosamente agganci con l’esterno di quella sorta di prigione bucolica. A un tratto, entrano in gioco due elementi che servono a destabilizzare del tutto quell’equilibrio già instabile, e attraverso i quali Gelsomina troverà ponti per uscire, diventare grande, forse libera. Nonostante la loro apparenza non trasparente: una troupe televisiva alla ricerca di agricoltori doc e fantomatici dop per uno spettacolo grottesco, e Martin, ragazzo tedesco in programma di rieducazione presso la famiglia di apicoltori. È verso la fine del film che anche noi spettatori, insieme ai protagonisti, iniziamo a respirare: la regista ci ha tenuti tutti quanti troppo stretti in una morsa di impotenza, immersi in scene dove soltanto la natura vive autonoma, anche se minata da incurie e sopraffazioni umane.

Gelsomina anela a una normalità che il padre le nega ma sappiamo che la incontrerà nel modo giusto, con la sua comprensione delle cose e il suo coraggio. Dispiegato a tutto campo e in un primo piano che è anche l’immagine della locandina del film.

C’è un grande messaggio di ricerca del giusto mezzo e della giusta distanza in questo film, e Alice Rohrwacher lo fa pubblico nelle parole dell’assistente sociale al padre: “Io credo che per educare bisogna essere distaccati, sapersi controllare. Voi siete troppo confusi, troppo dentro alle cose. Voi non vi sapete adattare al mondo. Tu lo sei?”, le chiede Wolfgang. “Mi sono fatta qualche idea”, ribatte l’assistente sociale.

Ecco è in questa risposta che il film riassume il messaggio e indica una possibile strada per poter ancora vivere in questo nostro mondo imbruttito. È necessario farsi qualche nuova idea a metà tra un comportamento anacronistico e uno svuotato di qualsiasi valore.

Di Alice Rohrwacher – screenshot autoprodotto.
Copyrighted https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=8873356

TRAMA. Gelsomina, adolescente inquieta, e le sue tre sorelle più piccole, vivono in una campagna fuori dal mondo insieme ai genitori apicoltori. La loro è una vita molto semplice e apparentemente tranquilla, lontana dalle lusinghe della civiltà progredita. Fino a quando non arriva una troupe televisiva…
Di sicuro un accostamento con Pasolini è azzardato, ma a me ogni film di Alice Rohrwacher lo ricorda molto. E anche “Le meraviglie” non sfugge a questa percezione. La sceneggiatura realistica, l’obiettivo che rimane su un primo piano a lungo tanto che ogni soggetto sembra incastonato nella scena stessa, la natura innocente e vergine che accoglie il brutto degli uomini e se ne nutre impavida, i personaggi scolpiti dalla sofferenza umana, senza tempo, appartenenza geografica. Viene da pronunciare la parola arcaico. Anche per la “fata” Monica Bellucci, una volta toltasi la parrucca magica, della cui forcina fa dono a una Gelsomina intimidita e ammaliata insieme. Ritroviamo pure similitudini con “Reality” di Matteo Garrone, dove in un concorso televisivo risiede tutta la speranza di una via d’uscita dalla disperazione. C’è anche un lato documentaristico nel film, come nelle scene della famiglia impegnata nell’attività apiaria, di cui assistiamo alle varie fasi. La musica è di Piero Crucitti, la fotografia, cangiante, di Helene Lowvart. Nel casting non figurano grossi nomi, a parte Alba Rohrwacher e l’attore e danzatore olandese Sam Louwyck nella parte di Wolfgang. Le bambine, scelte in un accurato casting tra Berlino e la Tuscia, sono sorprendenti per naturalezza e spontaneità. Per me questo film, definito dalla stessa regista “una fiaba materica e cruda, la storia di un Re con quattro figlie che incontrano una Fata bianca”, rimane un capolavoro di bravura, sensibilità, genio. Una meraviglia, insomma.

Premi: Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2014; 4 Nastri d’Argento 2014 alla regia, sceneggiatura, montaggio e produzione; David di Donatello 2015, miglior produzione (Carlo Cresto-Dina).

Lago di Bolsena

Nonostante il film sia ambientato in Umbria, le riprese sono state effettuate alle porte di Grosseto, nei territori di Sovana, Sorano, San Quirico (un piccolo borgo pittoresco nei pressi di Sorano, vicino ai magici ruderi della rocca di Vitozza, un insediamento rupestre); poi nella cornice, magica e senza tempo, del Fosso Bianco di Bagni San Filippo. Il casolare dove abita la famiglia di Gelsomina si trova invece nelle campagne di Acquapendente. Elementi visivi e simbolici di grande valore del film sono le acque del Lago di Bolsena, e la sua isola bisentina davanti a Capodimonte: sono libertà, respiro (“… senza lui respiriamo” afferma la madre mentre sono tutte immerse in acqua), rifugio, serenità.

In questi luoghi incantati, dove i fantasmi degli etruschi, la natura rigogliosa, le cave di tufo, le acque rigeneranti formano un Eden attraente, il cinema è entrato spesso. Ma è un paradiso alla portata di tutti. Quindi, un tour cinematografico che passa attraverso queste meraviglie è d’obbligo.
BAGNI SAN FILIPPO “Fosso Bianco” – “La bellezza del somaro” di Sergio Castellitto, 2010; “Le meraviglie” di Alice Rohrwacher, 2014; “Vengo a prenderti” di Brad Mirman, 2015; “Mare di grano” di Fabrizio Guarducci, 2016.
GROSSETO“La cicala” di Alberto Lattuada, 1980 (centro storico); “Domus Malus” di Vito Zagarrio, 1993 (Piazza Duomo); “Tutti per uno, uno per tutti” di Giovanni Veronesi, 2020 (anche borgo di Scarlino).
SORANO E SOVANA“Francesco giullare di Dio” di Roberto Rossellini, 1950 (Piazza del Pretorio di Sovana); “Domani accadrà” di Daniele Luchetti, 1988; “Le meraviglie” di Alice Rohrwacher (molte riprese ai ruderi della Rocca di Vitozza, insediamento rupestre nei pressi di San Quirico, e a Sovana, alla Tomba Ildebranda), 2014; “Il racconto dei Racconti” di Matteo Garrone, 2015 (Vie Cave di Sorano); “Margherita Aldobrandeschi” di Antonella Santarelli, 2015.
LAGO DI BOLSENA – “Armata Brancaleone” di Mario Monicelli, 1966; “Stasera a casa di Alice” di Carlo Verdone, 1990; “Il senso della vertigine” di Paolo Bologna, 1991; “Il mistero del lago” di Marco Serafini, 2009; “Le meraviglie” di Alice Rohrwacher, 2014.
ACQUAPENDENTE“Le meraviglie” di Alice Rohrwacher, 2014; “Il Racconto dei Racconti” di Matteo Garrone (il Sasseto di Torre Alfina), 2015; “Troppa grazia” di Gianni Zanasi, 2018; “Lazzaro felice” di Alice Rohrwacher, 2018.

Letizia Lusini

Autore dell'articolo: Simona Merlo