“La casa è dove sono quelli che amiamo”

Nomadland di Chloé Zhao, 2020.

L’uscita del tanto atteso docufilm, necessario in questo periodo storico, caso cinematografico dell’anno pandemico 2020, è una realtà. Giorni fa ho potuto vederlo su uno dei canali ufficiali online in tutta la sua grandezza. Nel frattempo ha confermato la vittoria alla 93° edizione dei premi Oscar 2021, peraltro annunciata da più parti, portandosi a casa tre statuette: migliore regia, miglior film, migliore attrice protagonista (andato a una superba e dal talento mai sbrecciato Frances McDormand). Premi che si aggiungono al Leone d’Oro, ai Golden Globe, ai B.A.F.T.A., ai G.A., e molti altri già aggiudicatisi.

Sin dalle prime inquadrature, ci si rende conto di quanto fosse necessario un film come Nomadland, con una McDormand, vestita soprattutto di rughe facciali e bravura, che prende tutta la scena e che ci racconta gli effetti tremendi della recessione del 2008 in cui l’America più disagiata si è trovata a confrontarsi. Infatti, in un trafiletto proprio all’inizio del film, si apprende che nel 2011 la cittadina di Empire, nel Nevada, è stata cancellata dalla cartina, insieme al suo C.A.P. dopo il fallimento e la chiusura dell’industria mineraria che dava lavoro alla maggior parte dei suoi abitanti.

TRAMAFern, ex insegnante sessantenne dello stato del Nevada, dopo avere perso lavoro, casa, marito, dopo la Grande Recessione del 2008, lascia Empire, la sua città per attraversare gli Stati Uniti occidentali a bordo di un furgone che ha allestito per abitarvi. Nel suo viaggio trova lavoro stagionale presso Amazon, e qui conosce Linda May, una sua coetanea costretta a una vita nomade per circostanze analoghe.
Ci sono degli elementi cardine in questa storia. Uno è l’età della protagonista. Fern a 61 anni potrebbe abbandonarsi come tante donne a una realtà triste fatta di solitudine e niente futuro. Invece raccoglie tutte le sue forze e si mette in viaggio verso un’ipotesi di domani e di speranza. Vuole vivere, e lo fa sorretta dalla sua essenzialità, accompagnata dal dolore e dalla consapevolezza del momento che stanno vivendo lei e i suoi compagni nomadi incontrati strada facendo, nei quali si riconosce e con i quali condivide le giornate a stretto contatto con la natura e secondo i principi di rispetto e aiuto reciproci. Ha ancora molta energia e vitalità, e le spende in mezzo a questi nuovi zingari, alcuni dei quali la società avrebbe voluto presto in grigie case di riposo, e/o vestiti dei soliti stereotipi di vecchi genitori, nonni, pensionati depressi; ma la maggior parte di loro è costretta dalla recessione a vivere nei propri furgoni.
Fern ha lo sguardo ferito ma i suoi occhi sono brillanti, curiosi; vuole lavorare, guadagnare soldi per mantenersi, per andare avanti, autonoma. Libera. Segue il cambio delle stagioni in un arco di sei mesi; scopre un nuovo modo di vivere, si accorge che può amare ancora, che la aspettano sorprese e conquiste, parallele all’inevitabile correre del tempo.

LA STORIA – Questo commovente docufilm meditativo è basato sul lavoro omonimo di saggistica della giornalista statunitense Jessica Bruder. Nel 2017 McDormand insieme al produttore Peter Spears ne acquisì i diritti per il cinema. Nel 2018 i due coinvolsero la regista Chloé Zhao (dopo la visione del suo film precedente The rider), per la regia, la sceneggiatura e la coproduzione del film. Nel ricreare qualcosa di simile da quanto fatto da Bruder, Zhao e il compagno, direttore della fotografia Joshua James Richards, allestirono un van, chiamandolo Akira, e con la troupe andarono a cercare i protagonisti del libro, viaggiando per i vari stati americani. Non avevano sceneggiature, facevano interagire Fern/McDormand con le persone che incontravano: c’era così una buona dose di improvvisazione, e giravano subito la prima scena, per non correre il rischio della perdita di spontaneità degli attori non professionisti. Alcuni nomadi che interpretano se stessi sono Charlene Swankie, Linda May, Bob Wells; quest’ultimo considerato il punto di riferimento anche filosofico per i nomadi che si spostano di stato in stato.

LA REGISTA – Chloé Zhao, 38 anni, nata a Pechino ma vissuta a Los Angeles da quando frequentava il college, dice di essersi ispirata a Malick e Herzog per il suo film, e dal bisogno di cercare la natura che ha sempre sentito come parte di sé, pur vivendone lontana. Ha impiegato un basso budget, pochissimi attori professionisti e il cinema digitale per Nomadland, dimostrando che si possono creare capolavori anche in film che hanno queste caratteristiche.

LA MUSICA – Zhao afferma di avere scelto la musica di Ludovico Einaudi come colonna sonora per Nomadland, per la sua ispirazione dalla natura. “Sono rimasta molto colpita dalla sensazione che Ludovico stesse camminando sulle Alpi. Mi sembrava che lui e Fern stessero camminando in parallelo…”. Dal canto suo, Einaudi si dice: “Onorato di avere accompagnato questo film all’Oscar”, con titoli tratti principalmente dal suo ultimo album Seven Days Walking.

L’OSCAR – In 93 anni soltanto un’altra regista, Kathryn Bigelow, si era aggiudicata la preziosa statuetta nel 2008 con The Hurt Locker. Zhao ha sbaragliato tutti con questo film moderno e insolito. Sul palco l’ha accompagnata Frances McDormand: ambedue felici, sobrie nel vestire, senza trucco. La seconda, all’insegna dell’antidivismo per eccellenza, con i capelli in disordine e la ricrescita evidente, ha ululato in diretta in omaggio al tecnico del suono Michael Wolf Snyder, morto suicida lo scorso marzo 2021. Il premio è stato dedicato dalla regista alla comunità di nomadi, “alla loro resilienza e gentilezza”.

CURIOSITÀ – McDormand dice di avere avuto l’ispirazione del film leggendo un articolo su Harper’s Magazine dal titolo “La fine della pensione: quando non puoi permetterti di smettere di lavorare“, nel quale si parlava del libro di Jessica Bruder.
In una recente intervista al New Yorker, Richards, partner e collaboratore della regista, ha risposto per le rime a Tarantino per avere criticato il cinema digitale, e ha affermato che in realtà questo permette a registi a basso budget come Zhao di poter realizzare i loro film.
La frase, tradotta in italiano, con cui ho dato il titolo a questo approfondimento di Nomadland si vede tatuata sul braccio di una nomade che lavora nel magazzino di Amazon insieme a Fern e Linda May, e che la mostra durante una pausa-pranzo.
Il film si svolge in un contesto paesaggistico di immensi spazi epici americani, illuminati da albe e tramonti spettacolari, come ulteriori accenti sull’essenzialità della vita nomade, i cui insediamenti umani coprono gran parte degli Stati Uniti. La fotografia di Richards, che ne mette in risalto tutta la spettacolare bellezza, è superlativa, e secondo me, meritava il premio per cui era candidata a questa edizione degli Oscar.
Nei grandi campi delle “relativamente” nuove comunità del West americano, abitate dai furgoni, si sta a contatto soltanto con la terra, il cielo, l’acqua, il vento, la neve, il sole.

Per il nostro tour cinematografico, questa volta seguiremo Fern e il suo van Ford Econoline attraverso le tappe salienti del suo viaggio.
NEVADA – Fern parte dalla non-città di Empire, passando attraverso il Black Rock Desert.
Cuori nel deserto di D. Detch, 1985; Tremors di R. Underwood, 1990; Speedway Junky di N. Perry, 1999; Una hostess tra le nuvole di B. Barreto, 2003; Desperation di M. Garris, 2006; Paul di G. Mottola, 2011; Nomadland di Chloé Zhao.

SOUTH DAKOTA – Fern si trasferisce quindi nella regione di Badlands del South Dakota, dove trova lavoro in un campeggio e poi al vicino Wall Drug, una fermata dei camion nota per la sua enorme statua di brontosauro.
Non sparare, baciami di D. Butler, 1953; Intrigo internazionale di A. Hitchcock, 1959; Badlands di T. Malick, 1973; Running brave di D. Shebib, 1983; Cuore di tuono di M. Apted, 1992; Big foot di B. Davison, 2012; Nebraska di A. Payn, 2013; Revenant di A.G. Inarritu, 2015; Songs my brother taught me di Chloé Zhao, 2015; The rider di Chloé Zhao, 2018; Deadwood di D. Minahan, 2019; Nomadland di Chloé Zhao, 2020.

NEBRASKA – Seguiamo poi Fern in Nebraska, per la raccolta autunnale delle barbabietole vicino a Scottsbluff, a ovest dello Stato.
Lupo solitario di S. Penn, 1991; Boys don’t cry di K. Peirce, 1999; A proposito di Schmidt di A. Payne, 2002; Nebraska di A. Payne, 2013; Lo straordinario viaggio di T. S. Spivet di J.P. Jeunet, 2013, The homesman di T. L. Jones, 2014; Kin di J. And J. Baker, 2018; Nomadland di Chloé Zhao, 2020.

ARIZONA – Qui si unisce al Rubber Tramp Rendezvous, un raduno annuale di nomadi vicino a Quartzside.
Drug Store Cowboy di P. Frame, 1925; La foresta pietrificata di A. Mayo, 1936; Il massacro di Fort Apache di J. Ford, 1948; Sfida all’O.K. Corral di J. Sturges, 1957; Quel treno per Yuma di D. Daves, 1957; The ballad of Cable Hogue di S. Peckinpah, 1970; Alice non abita più qui di M. Scorsese, 1978; L’innocenza del diavolo di I. Mac Ewan, 1993; U Turn di O. Stone, 1997; Psycho di G. V. Sant, 1998; Cars di J. Lassete, 2006; The Fast and The Furios di J. Lin, 2006; Twilight di C. Hardwicke, 2008; The Master di P. T. Anderson, 2012; Sicario di P. Villeneuve, 2015; Nomadland di Chloé Zhao, 2020.

CALIFORNIA – Ad un certo punto, Fern si dirige verso la costa californiana, visitando un suo compagno di viaggio, Dave, e la famiglia a Point Arena nella contea di Mendocino, accanto alle onde del Pacifico. Infine la vediamo tra la vegetazione lussureggiante e l’abbondanza di acque della San Bernardino National Forest, a est di Los Angeles.
CALIFORNIA, LOS ANGELES – Sono moltissimi.
Il padrino di F. F. Coppola. 1972; Blade runner di R. Scott, 1982; Pretty woman di G. Marshall, 1990; America oggi di R. Altman, 1993; Un giorno di ordinaria follia di J. Shumacher, 1993; Pulp fiction di Q. Tarantino, 1994; Fuga da Los Angeles di J. Carpenter, 1996; Mulholland Drive di D. Lynch, 2001; A single men di T. Ford, 2009; Drive di J. Sallis, 2011; Her di S. House, 2013; Café Society di W. Allen, 2016; La La Land di D. Chazelle, 2016; Storia di un matrimonio di N. Baumbach, 2019; e naturalmente Nomadland di Chloé Zhao, 2020.

Letizia Lusini

Autore dell'articolo: Simona Merlo