Woody Allen al capolinea esistenziale?

Rifkin’s Festival, l’ultimo film di Woody Allen, uscito da pochi giorni nelle sale, inaugurando così la loro riapertura post lockdown, non ha smentito quello che si ipotizzava, e cioè risultare un condensato della filmografia di Allen, filtrato dal suo grande amore per il cinema, velato di una malinconia leggera, propria degli arrivi ai capolinea esistenziali.

La storia si svolge a San Sébastien, città spagnola di mare e glamour affacciata sull’Atlantico, dove si tiene il Festival omonimo, e dove il film, che lo nomina anche nel titolo, non poteva non essere presentato nell’ultima edizione. Devo dire però che mi aspettavo qualcos’altro. Già dalle prime battute ho avvertito una stonatura nel ruolo di protagonista affidato a Wallace Shawn, seppure apprezzato attore caratterista in film precedenti. Qui, anche secondo molti critici, rende atonica una storia che necessiterebbe di almeno qualche scintilla di brillantezza, perché nasce plasmata con i ricordi, la nostalgia, il già vissuto. Io ci vedrei solo Allen in questa parte, con la sua figura fisica e psicologica nervosa, riflessiva, inquieta.

LA TRAMAMort Rifkin (Wallace Shawn), scrittore fallito, ex docente di storia del cinema, appassionato cinefilo, si reca a San Sébastien con la moglie Sue (Gina Gershon), agente pubblicitaria in carriera che seguirà Philippe (Louis Garrell), un giovane rampante regista francese salito sul podio del Festival con un film sulla causa palestinese. Mentre nasce una relazione sentimentale tra Sue e Philippe, Mort da parte sua conosce e si innamora di una dottoressa spagnola, a cui si era rivolto per i suoi mali psicosomatici. Ogni notte ha degli incubi a tema cinematografico.
Nonostante il cast sia di primordine balza agli occhi che sia Gina Gershon che Louis Garrell non sono attori di “stampo alleniano”, cioè sono ben lontani dai target a cui Woody ci ha abituati. Si intuisce che Garrell è la prima citazione del film, essendo figlio di Philippe Garrell, nome che porta nel ruolo del giovane regista. Cameo per Christoph Waltz che impersona la Morte de “Il settimo sigillo”.
Il resto, a partire dalla magica fotografia diretta da Vittorio Storaro è tutto un “già visto”. Le citazioni di film, provenienti dai sogni di Rifkin in bianco e nero si sprecano: Quarto potere, Il settimo sigillo, Jules et Jim, L’angelo sterminatore, Persona. E molto Fellini. Pure in bianco e nero i sogni di Mort con i genitori.

Ma è la location il cardine di tutto il film, quasi un’azione pubblicitaria quasi dovuta di Allen nei confronti di San Sébastien Film Commission, che ha finanziato Rifkin’s Festival… dove, viene da dire, contano più le immagini che le parole! Il regista ci fa conoscere San Sébastien, elegante città della costa basca, dalla vivace vita intellettuale oltre che balneare, come in precedenza ci aveva fatto scoprire New York, Londra, Parigi, Barcellona: i grattacieli sul mare, le piazze festose, le spiagge ampie e le insenature sul mare azzurrissimo; molte scene girate in interni di hotel, ristoranti, saloni per party ed eventi. Un tutto impastato con lo spiegamento di azioni, sentimenti, sogni, musica.
Le musiche molto coinvolgenti sono di Stephane Wrembler; i costumi di Sonia Grande. Per il doppiaggio: io ho visto la versione originale (in inglese con sottotitoli), chi l’ha visto in italiano ha riportato un’impressione negativa, come purtroppo succede spesso.

CURIOSITÀ – La posizione della scacchiera con cui Rifkin gioca con la Morte è sbagliata, ossia capovolta. Ma lo era anche ne “Il settimo sigillo” di Bergman, perché Allen avrebbe dovuto correggerla?
Si vocifera che molte star non vogliono più girare con Allen dopo le accuse di pedofilia da parte dell’ex moglie, l’attrice Mia Farrow e di una delle sue figlie, che hanno dato l’avvio a numerose azioni legali tra i due.
L’ultima frase che pronuncia Rifkin, la domanda che fa al suo psicologo ma che è, si suppone, rivolta allo spettatore, dona al film un valore testamentare: “Allora, ha qualcosa da dirmi dopo tutto quello che gli ho detto?”.
… La vita è breve, e triste, e inutile. Per fortuna che c’è il cinema.
(da Rollingstone su Rifkin’s Festival).

Non sono molti i film girati nei Paesi Baschi, ma i più noti hanno delle location meravigliose e meritano di far parte dei nostri tour cinematografici dai film ai viaggi e viceversa.
Ogro di G. Pontecorvo, 1979 (Bilbao, Vizcaya); Casablanca passage di J. Lee Thompson, 1979 (Costa basca); La morte di Mikel di I. Uribe, 1984 (Lekeitio, costa basca); Ocho appellidos vascos di E. Martinez Lazaro, 2014 (Zumaia, Zarantz, Getaria nella provincia Guipuscoa); L’uomo dai mille volti di A.R. Ribeiro, 2016 (Costa basca).
– A San Sebastien: Handia di A. Arregi e J. Gravano, 2017; Paranormale di A. Casas e G. Rouquete, 2017; Rifkin’s Festival di W. Allen, 2020.

Letizia Lusini

Autore dell'articolo: Simona Merlo