“La vigna di Renzo”

SECONDA E ULTIMA PARTE

“… la vigna o il giardino di Renzo, nella sua sostanza linguistica, è anch’essa un’antitesi, in quanto la si può ridurre, retrocedendo alla sua struttura profonda, a una specie di ossimoro come ‘lo splendore della miseria’. Infatti tanta accurata descrizione non è che un incalzare di immagini crude che rimandano a simboli di morte. È un’immagine di abbondanza ma un’abbondanza che è in antitesi alla vita, una mescolanza di infimo e sublime proprio del realismo cristiano e del suo sermo humilis”. (Ezio Raimondi)

Il motivo della vigna ci rimanda al Vangelo. È un caso di intertestualità: la vigna è un simbolo cristiano estremamente forte a cui uno scrittore così colto come Manzoni non può non aver pensato. Dal Vangelo di Giovanni: “Io sono la vite, voi i tralci; chi rimane in me ed io in lui, questo porta molto frutto”.

Ma la vigna come simbolo cristiano può anche risultare epifania del dolore. Dal libro di Isaia: “Strapperò la siepe, e sarà bruciata: ne toglierò la cinta, e sarà calpestata. Ne farò un deserto, non sarà più tagliata, né zappata; vi cresceranno gli sterpi e le spine e comanderò alle nubi di non lasciare cadere pioggia su di essa”.

Ognuno può vedere nella vigna la Terra Promessa dove Dio voleva offerte e sacrifici e non ebbe che peccati. Così nel brano in questione, essa è il segno più tangibile e concreto del castigo di Dio. La cattiveria rappresentativa dell’autore si estrinseca attraverso un’allegoria che forse solo i suoi “venticinque lettori” sapevano coglierne il senso riposto; ma forse anche le masse più attente, abituate ai racconti agiografici, alle parabole così ricorrenti nella liturgia, potevano orientarsi nel faticoso rapporto con le cose. In fondo un tema religioso è pur sempre per il popolo un aspetto conoscitivo. Se il male è difficile da spiegare, descrivere la vigna per parlare degli uomini, è forse la strada più breve per toccare il cuore degli umili.

Gaetano Previati, I monatti. Crediti: Princeton University Art Museum

Perciò, a mio avviso, non c’è nessuna allegoria dell’Italia inselvatichita del “Secolo decimosesto” di cui parla Petrocchi, ma una sottile arguzia meditativa e malinconica sui rapporti sociali degli uomini.
L’abbandono della vigna di Renzo che ha suscitato nell’egoismo dei vicini (è l’egoismo la peste di sempre) un’ipocrita pietà: “… nel luogo di quel poverino”, dove però non ci si dispensa da andare a “far legna” – possiamo a questo proposito citare ancora un testo evangelico, “Rispetto della proprietà”, che qui appare rovesciato nella sua specifica allegoria morale – e il sostegno delle erbe fra loro “come spesso accade ai deboli, che si prendono l’un l’altro per appoggio”.

Quindi non solidarietà come dovrebbe esserci tra gli uomini e come raccomanda il Vangelo, ma un soverchiare del meno debole sul più debole proprio come fanno le piante obbedendo a una legge di sopravvivenza che è più forte ancora del comandamento cristiano. E fra questa “marmaglia” alcune piante “più rilevate e vistose, non però le migliori” appaiono rigogliose in mezzo a tanta miseria: le molteplici specie delle graminacee, l’uva selvatica con i suoi forti colori, il tasso barbasso e molte altre che non fanno fatica a crescere pur senza il contributo dell’uomo.

Forse in Manzoni la nominazione nasce dal bisogno di controllo: quel lussureggiare della vita malgrado tutto, malgrado il male o forse proprio in virtù della vitalità del male. Si può combattere quell’elemento pulsionale che sembra coincidere con la spinta al male? Non s’illuda l’uomo di essere padrone delle cose, di poter cambiare il corso degli eventi, di poter gestire il bene e il male. Il male c’è e non si può spiegare, in questo sta la sua forza. Manzoni si china sulle cose per trovarci la voce di Dio e scopre l’uomo, la sua psicologia tormentata e contraddittoria.

Ecco dunque Renzo al paese, divenuto terra di morte eppure confortato nel mangiare insieme all’amico ritrovato, una polenta che diventa rito, un ritrovarsi uomini tra gli uomini, un ritorno alla vita che si vuole comunque vivere. Una visione darwiniana quella di Manzoni? Il suo rigore morale e cattolico ci impedisce di attribuirgliela, eppure la descrizione della vigna sembra confidare in una selezione della specie basata esclusivamente sui rapporti di forza.

Ma l’episodio in questione non acquisterebbe il suo pieno significato se non lo accostassimo all’ultima pagina del romanzo: la vigna, digressione che si motiva e si sostanzia proprio nel “sugo di tutta la storia”, una nota apparentemente stonata nell’economia del romanzo ma invece fortemente incisiva; i problemi che aveva smosso si prolungano inquietanti dentro l’essenza degli ultimi colloqui: “Il bello ero sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparato, per governarsi meglio in avvenire. Ho imparato, diceva a non mettermi nei tumulti: ho parlato a non predicare in piazza […] Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, “e io”, disse un giorno al suo moralista, “cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai, sono loro che sono venuti a cercare me…”.

Questa conclusione, estremamente lineare, sembra contenere nella sua semplicità, la soluzione al problema più grande della vita umana: l’esistenza del male e del dolore. Il mondo è tutta una fitta selva di errori, di dolori, di ingiustizia che originano con l’uomo stesso e con la sua colpa. La “fiducia in Dio” rimane l’unico conforto: si deve ammettere l’esistenza della “Divina Provvidenza” che ordina le cose del mondo secondo un fine certo di giustizia, traendo il bene anche dal male. Il vero cristiano deve quindi vivere in questa fiducia superando con animo fermo anche le prove più dure, tenendo ben presente che “Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne una più certa e più grande”.

Un grave pregiudizio critico pesa sul capitolo conclusivo de “I Promessi Sposi” secondo cui il tono del romanzo cambierebbe con conseguente minor impegno dell’autore, poiché al dramma mosso dalla Storia e compenetrato dalla Provvidenza, succederebbe la commedia di ogni giorno. Io credo, invece, che il capitolo, e in particolare la chiusa del romanzo, abbia una sua ragione estetica e morale; estetica, in quanto Manzoni qui abbassa sì il tono del racconto, ma lo fa coerentemente e in armonia con tutta la stesura degli ultimi capitoli, i quali tendono sempre più a riportare il senso delle ultime parole di Fra Cristoforo al valore del quotidiano, all’idillio domestico a cui lo scrittore credeva profondamente; perciò il riscatto morale sarà anche un riscatto linguistico. Ma soprattutto c’è in lui l’urgenza di proporre nel lettore una pausa meditativa affinché l’apparenza degli ultimi eventi non inganni, ma insinui il dubbio ironico sul paradosso vitale.

Nel Fermo e Lucia il “sugo di tutta la storia” era semplicemente “il costrutto morale di tutti gli avvenimenti che abbiamo narrati”, mancava dunque il fondamentale dubbio di Lucia. E allora, solo apparentemente nella chiusa riecheggia quella che io ritengo essere la morale cristiana per eccellenza “beati gli umili di spirito perché di loro è il regno dei cieli”, ma che in realtà riapre una problematica che si porta dietro la constatazione dell’assurdo che il vivere stesso genera.

Raimondi afferma che “mentre si crede di aver toccato un epilogo pacifico […] il discorso segreto di tutto il romanzo si rimette in moto e si porta dietro l’angoscia della storia, l’inquietudine della contraddizione, il sentimento dell’assurdo […], dove finisce la ricerca di Renzo, comincia forse quella del lettore”.

In effetti Lucia, incarnazione di quella rettitudine morale a cui ispirarsi, non ha avuto nessuna colpa, ha sempre vissuto cristianamente, eppure è stata travolta dagli avvenimenti che non hanno potuto insegnarle più di quanto non avesse già saputo. Che senso ha avuto allora il suo giusto operare? Cosa ha imparato di nuovo? Forse qualcosa che ce la rende più umana: ha capito che la tranquillità di cui ora tutti godono non offre garanzie di stabilità, né può intendersi come segno dell’approvazione di Dio nei confronti degli umili. Ecco il senso dell’attributo “utili” a “guai”, parola chiave dell’intera sequenza narrativa: il romanzo resta lontano da ogni banale provvidenzialismo, non esalta nessuna sicurezza, ma ripropone, nel suo concludersi, la difficoltà del vivere secondo giustizia.

Fiorenzo Forti afferma: “Il Manzoni ‘sliricato’ non è idealmente ‘altro’ dal poeta dell’Adelchi: resta lo scrittore profondamente compreso dal senso del finito, dall’imperscrutabilità misteriosa del trascendente […] la conversione religiosa invece di attenuare quel contrasto fra ideale e reale che Manzoni sentì nei suoi anni giovanili, tracciò tra l’uno e l’altro termine un inseparabile solco. La ‘fortunata’ conclusione degli eventi dissolve ogni fede nell’idillio terrestre”.

Fare del bene dunque non basta perché su questa terra ci sia “giustizia finalmente”. Ed è estremamente significativo il fatto che sia proprio Lucia, il personaggio più autobiografico del Manzoni, ad aggiungere questa nota straniante allo spirito del romanzo con il suo legittimo dubbio. È lei che infatti rimette in discussione ciò che nello svolgersi della narrazione veniva dato per certo: ci sono i prepotenti, ci sono gli umili più vicini alla grazia di Dio, c’è il male e su questo prevarrà il bene. Ora ci si può chiedere se gli umili siano più impotenti che innocenti e se la loro rassegnazione non celi in fondo un’incapacità di vivere e lottare per la giustizia anche sulla terra, come ha fatto per tutta la vita Don Abbondio e come cercherà, d’ora in poi, di fare Renzo aderendo, almeno in parte, alla comoda morale del vecchio curato. E come suona ironico quell’attribuire a Renzo la sottile sapienza retorica intrinseca nella cantilena degli “ho imparato”. Arguzia inventiva dell’autore da cui si genera una simmetria di contraddizioni. Non si dà giustizia e tantomeno speranza nel futuro in un “badare a se stessi” che comporta sempre una sorta di complicità con la violenza. È molto significativo che Renzo, infatti, ometta di dire ciò che dovrebbe aver imparato da Fra Cristoforo: “ho imparato a perdonare i miei nemici ed a pregare per loro”. Renzo è la voce insopprimibile del reale: il male nasce con l’uomo e nell’uomo, il male resta un enigma, segno terribile del libero arbitrio per il quale ognuno è responsabile del male del mondo, dell’offesa che l’uomo fa all’uomo.

Guido Baldi ha detto che: “Il male non ha voce nel romanzo, non arriva a sostenere le sue ragioni, di contro ai valori etici e religiosi di cui l’autore implicito pervade tutta la narrazione. Ai libertini come Rodrigo, Attilio, Egidio non è concesso enunciare la loro visione della vita (la loro philosophia) di motivare il loro comportamento”.
E direi che neppure l’Innominato, per quanto di elevate proporzioni morali e umane, si fa portavoce di un’eziologia del male. Ma ciò che Manzoni non ha saputo fare per bocca dei malvagi, lo fa, più o meno inconsciamente, disseminando nel romanzo zone d’ombra in cui la luce della morale cristiana non riesce a penetrare.

“In questo mondo c’è giustizia finalmente” non convince più laddove appare con veemenza la vitalità del caos, l’impossibilità di controllo: la vigna di Renzo non è che trasposizione iconografica dell’impossibilità dell’uomo di comprendere il male del mondo e soprattutto di porvi rimedio. La vigna è così angosciante perché la cattiveria è così inspiegabile, è vegetazione che nasce al di fuori di ogni controllo, è forza incontrollabile come quella che si esprime nei monatti: personaggi inclini al male piuttosto che al bene, incarnazione della forza pullulante del male, non di un male che si dialettizza con il bene per un fine nobile, ma di un male fine a se stesso che non sarà mai sconfitto.

Ecco cosa comprende Lucia, la buona, la mesta, la rassegnata Lucia. Proprio lei alla quale il Manzoni delega il triste compito di spezzare “l’idillio” finale e di rimettere in moto “il sugo di tutta la storia”.

Carla Bardelli

Autore dell'articolo: Simona Merlo