Del corpo e del suo utilizzo

Ricordo un giorno in accademia… avevo circa 19 anni e stavo guardando con dei colleghi un film sulla vita di un artista. A un certo punto presi la mia tracolla, uscii dall’aula senza dire nulla e tornai velocemente a casa stravolto da un certo furor artistico. Misi in atto una “performance”. Presi un pennello e del colore, credo fosse il rosso, e iniziai a coprire il mio corpo. Feci tutto questo con una certa attenzione maniacale, seguendo le linee naturali del corpo: prima le braccia, poi le gambe e ancora il viso; e nel frattempo registravo tutto. Quando smisi di dipingere la mia pelle, fu come uscire da un stato di trans. Ricordo di aver avuto l’affanno e di essermi sentito completamente svuotato da ogni pensiero; non vuoto come assenza di vita ma come espressione di una certa compiutezza.

Il ricordo è rimasto ben impresso nella mia mente perché quest’azione, seppur “primitiva” e ingenua per certi aspetti, rimane l’inizio del mio rapporto con i corpi altri e con il mio. Il mio corpo inteso non come oggetto-soggetto casuale ma come esistente in quanto vivo e capace di percepire se stesso in un dato momento e spazio.
In quel preciso istante, e in modo del tutto inaspettato, avevo scoperto la mia “esistenza” artistica ovvero il mostrarsi o l’utilizzare se stessi per esprimersi non dovendo passare necessariamente, come nel mio caso, dal pennello e dalla tela, oggetti che potrebbero essere considerati come una sorta di “salvacondotto morale e sociale”.

È anche vero che negli anni il corpo è stato “spremuto” così tanto che oggi parlare di performance e azione potrebbe risultare obsoleto, tuttavia credo che il suo “impiego” non sia poi da considerarsi così fuori luogo, essendo l’arte un’attività umana (espressione) che si ripropone con una certa ciclicità.

Perché quindi non utilizzare qualcosa che è “io”, che ci appartiene?

Il corpo esposto non è più solo un trauma improvviso: è supporto, mezzo attraverso il quale si può fare. Che l’artista poi affronti il pubblico vestito o nudo riveste un’importanza relativa.

Diceva Amleto: “Così la coscienza ci fa tutti vigliacchi” ed è quindi l’incoscienza del sé che spinge l’artista verso lo scontro con la realtà, verso la perdita di quel pudore che rende la nudità solo una questione di buon costume. L’utilizzo del proprio corpo da parte dell’artistao di quello degli altri – apre un discorso nuovo, un piano di sperimentazione praticamente inesauribile e tutte le prerogative sociali che riguardano l’estetica o il concetto di “bello” nell’arte non sono più applicabili perché l’artista stesso diventa opera d’arte e portatore di un significato.

« […] il corpo diventa l’idea stessa mentre prima era solo un trasmettitore di idee.»
Gina Pane, Azione sentimentale (Action), 1973.

Così nel mio intervento “Corridoio_Testimoni di Geova_Esser mangiato_Cisterna_Recinzione_Vergogna_ Copriocchi per bambini_Bolle”, nato dall’esigenza di riportare alla luce uno specifico evento completamente rimosso del mio passato, utilizzo la tecnica della libera associazione e quindi la verbalizzazione di pensieri ed emozioni che affiorano dall’inconscio, senza compiere nessun tentativo di controllo cosciente su questo processo, e ottenendo alla fine otto parole che possono essere legate a quel passato.

Durante l’azione stessa scrivevo sul muro in maniera ossessivo-compulsiva queste parole rendendo il carboncino estensione del mio io e contemporaneamente tentando di rimuoverle, riproponendo in un certo senso il processo della memoria di scrittura – cancellazione – riscrittura.

Tutto questo non voleva essere una mera azione di ri-scoperta dell’inconscio ma un tentativo di ri-dare “vita” al vissuto senza intermediari che potessero disturbare il collegamento fra pensiero, corpo e azione. Alla fine, cercando di raccogliere la polvere (prodotto mnemonico) formatasi attraverso la scrittura sui muri, tentavo di preservare ciò che avevo ottenuto.

È stata una dichiarazione di intenti, un tentativo di comunicazione attraverso un linguaggio non codificato che allo stesso tempo permette di stabilire, attraverso il corpo, un legame con lo spettatore.

Giovanni Cangemi

Autore dell'articolo: Simona Merlo