Il bambino della Yurta e il topo che lo intervistò

Le guardo da quaggiù quelle pietre sospese tenute insieme dal fil di ferro. Rimango perplesso. Dovrei salire fino in cima per scattare alcune foto – un reportage degno di TopoNational Geographic – ma ho paura. Certo raccontare storie è il mio mestiere, le mie TopoTen news vanno alla grande. Il mio blog spacca. Eppure non riesco a decidermi. Come chi resta mentre tutto cambia forma. Li capisco, io, gli abitanti di questo luogo con le strade serpeggianti come piste e una storia lunga custodita dentro il cuore e sussurrata dal vento. Una storia di esuli, un patto di solidarietà. Si resta immobili mentre un pezzo di te fugge via, mentre le parole costruiscono un pensiero e ciò che resta, tutt’attorno, è il silenzio. Questo è il paese di mio nonno, il vecchio TopoSauro. È magico, mi diceva in estate, ed è tanto verde. Penso l’avesse scelto per il colore. Mille tonalità per non stancarsi mai. Comunque queste pietre ammassate mi impensieriscono. Non è rassicurante scoprire che casa tua potrebbe non essere più la stessa e che le linee di una volta dei mattoni – dritte, perfette – a cui davi un nome, adesso sembrano i denti di riserva di mia zia Topazio (è una femmina al di là del nome, ve lo giuro, non vi prendo in giro).
Mi avvicino. Zompetto fino alla nuova TreeNewsroom. Li osservo: però sono alti ’sti giovani. Anche grossi.

Mi squilla il cellulare – perché sempre nei momenti sbagliati?! -, è la redazione. Mi dicono che non devo fare il solito pezzo, di usare la mia sensibilità, il mio fiuto. E giù a lodare le capacità di mio nonno. Ma che ne sanno loro? Invidio Emile che il “fiuto” lo usa soltanto per trovare e mangiare di tutto, che poi con il fratello che si ritrova potrebbe vivere benissimo di sola Ratatouille. Le immagini però le hanno volute subito via TopoTransfer, topastri in malafede! Mi strapperei fino all’ultimo baffo per sapere che cosa dire di nuovo e di più. Mio nonno, incantatore di serpenti (e poi si lamentano che io faccio il video-topo-reporter!), figuriamoci se non sapeva sedurre tutti. Del coraggio ne ho parlato un anno fa e pure prima; della volontà e della forza di ricostruire ogni giorno, in pratica è il leitmotiv dei miei post. Ho parlato di esuli, di ritorno, di storia, di Siena, di Palio (sono stato ricoverato più di un mese per colpa di una cavalla: era una cavalla? Amnesia post traumatica); e poi del giuramento della pace cittadina, degli ambasciatori, dei simboli e della tradizione. Basta: ho bisogno di un doppio pecorino con tocchi di Raviggiolo!

Mi allontano in cerca di un’idea. Devo fare in fretta o addio promozione – Wild Rat sarà affidato di nuovo a Brad Tip dal colore Himalayan e dal lungo viaggio in Tibet (io non mi fido, secondo me è troppo vecchio per avere quei “capeli” e quegli addominali da Biker Mice). Sono preso dal sacro furore. Giro, giro, giro finché qualcosa di strano, mai visto prima, attira la mia attenzione. Sembra una stanza, ma non può essere: è più grande, sarà una casa. Ha una forma familiare, mi ricorda il Parmigiano Reggiano – da quando ho smesso di sgranocchiare fili elettrici penso sempre al cibo – chissà se ci sarà qualcuno. Perdonatemi, sono un topo agitato, faccio un mestiere usurante.
Non sento alcun rumore, magari si stanno godendo la celebrazione e sono tutti al centro, io però devo sapere di che si tratta, che cos’è questa struttura nel verde dei Sibillini (nonno, avevi proprio ragione: questo colore è ovunque). Dall’esterno sembra accogliente. Shhhhh silenzio, sento dei passi.

«Ciao, piccolino, chi sei?».
«Sono un topo-giornalista».
«Ahahah, perché?».
«Perché i miei genitori erano topi».
«Ridevo per l’altra parola».
«Fai bene a ridere, rido anch’io sai. Vedrai che mestiere!».
«Perché?».
«Quanti anni hai?».
«Quasi cinque».
«Ecco svelato il mistero. Lo sai che il “perché” si spiega sempre alla fine e solo c’è spazio?».
«Il “perché” di che cosa?».
«Delle notizie».
«Sei un topo strano».
«E tu un bimbo stranissimo: come fai a capire la mia lingua? Parli il topanese?».
«Un po’. Noi qui impariamo tutte le cose della natura. La studiamo come si fa nelle lezioni normali. Però anche tu parli con me, quindi quando non sei topo-giornalista studi la natura come noi?».
«Sei sicuro di avere solo cinque anni? Spiegami, ma questa cosa tonda è una scuola?».
«Anche. Si chiama Yurta. Sono quelle tende grandissime che usano le persone che non stanno mai in un posto».
«Le popolazioni nomadi asiatiche».
«L’abbiamo costruita tutti insieme».
«A cosa vi serve?».
«Ad avere un posto tutto per noi. A giocare. Senza paura».
«Perché hai paura?»
«Hai detto “perché”, devi andare già via?».
«(Troppo furbo). Non ancora, vorrei sapere però che cosa ti spaventa, in questo modo posso renderti il protagonista della mia topo-notizia più importante».
«Che bello, la topo… quello che hai detto tu è una fiaba?».
«A volte. Come inizia la tua storia?».
«C’era un’astronave spaziale dentro la mia stanza. Aveva i motori così forti che il mio letto faceva dei salti grandissimi. Tutta la casa era stanca di stare ferma e voleva piegarsi in avanti. C’erano dei rumori metallici e dei rombi. Io ho pensato alle gare con le motociclette. Ma poi ho sentito la mamma urlare. Erano tutti agitati e allora mi sono preoccupato. Pure papà e nonno erano nervosi, e quando sono così qualcosa non va. Forse l’astronave era guidata dai marziani cattivi?».
«Forse. Poi?».
«Non ho fatto in tempo a controllare. Nella mia stanza è venuta la mamma a vestirmi, e loro sono andati via senza farsi vedere. Però la mia mamma piangeva. E io ho chiesto: perché?».
«Lei cosa ti ha detto?»
«Che aveva un po’ di sabbia negli occhi».
«Ma io ho risposto: “Mamma, qui il mare non c’è. Dove l’hai presa la sabbia?”. E ha iniziato a piangere di più, non sapevo cosa fare e ho avuto paura».
«Come sta la tua mamma adesso?».
«Non piange più. Però non ride come prima».
«Tu invece ridi?».
«Io sono un bambino. Io posso ridere e piangere senza spiegare il perché. Ti svelo un segreto».
«Quale?».
«Ho chiesto alla maestra se possiamo costruire tante yurta».
«Come mai hai avuto questa idea?».
«Se la mia mamma ha di nuovo la sabbia negli occhi, invece di avere paura, chiamo papà e mettiamo la tenda in un altro posto».
«E le altre yurta?».
«Non lo so. Se poi la sabbia negli occhi ce l’hanno anche le mamme degli altri bambini?».

Simona Merlo

Dalla raccolta di AA.VV. “Il ritorno degli esuli. Racconti tra Siena e San Ginesio” – Betti editrice 2017

Autore dell'articolo: Simona Merlo