I “gittatelli” del Santa Maria della Scala

Il 13 novembre 1775 l’ospedale di Santa Maria della Scala emana una serie di norme a tutela dei bambini abbandonati e accolti all’interno dell’ente caritativo e delle balie che li crescevano. Venne destinato al reparto delle balie lattanti un medico che controllasse che le stesse allattassero un solo neonato, che la qualità del latte fosse adeguata e che potesse curare i bambini più esposti a malattie nei primi anni di vita.

Le balie che allattavano vennero inoltre dispensate dai lavori di pulizia e dal bucato e venne dato loro un vitto speciale. Tutto ciò si rese necessario dal momento che, tra il 1755 ed il 1774, oltre il 70% dei 5700 bambini accolti dall’ente erano deceduti. La criticità di questo reparto dell’ospedale era ben chiara agli amministratori già da tempo. Fin dal rettorato di Agostino Chigi, a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo, si assiste, infatti, ad un forte impulso costruttivo che coinvolge il Santa Maria della Scala.

Nel 1601 e negli anni successivi, in particolare, le funzioni svolte dalla casa delle balie e da quella dei gittatelli vengono spostate dal corpo principale dell’ospedale ad alcuni edifici già esistenti e adattati alle nuove necessità, posti all’imbocco di strade che proprio a seguito di questa nuova destinazione d’uso prendono in maniera significativa la denominazione toponomastica di Chiasso Ripido delle Balie (oggi vicolo di San Girolamo) e Strada detta delle Balie (ora via dei Fusari).

I nuovi edifici accolsero i neonati con le balie loro destinate e i bambini che vivevano distinti per sesso ed età. Vennero rifatti, quindi, i dormitori, dotati di letti di ferro divisi da tende, la cucina, il refettorio, la cisterna, venne istituita un’infermeria e vennero creati vari locali di servizio, ad esempio, per l’asciugatura dei panni o il rimessaggio del legname. Queste misure, evidentemente, non furono sufficienti visto che, nel secolo successivo, la situazione dei gittatelli era, evidentemente, peggiorata.

Maura Martellucci

 

 

Autore dell'articolo: Simona Merlo

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