Quando da una passeggiata nasce un racconto

                                                                           Evasioni

Era quasi primavera ed ero stata invitata a pranzo da un’amica. Una mattina surreale in verità di quelle in cui non capisci il perché ti ritrovi lì, in un luogo dove tutto ti sembra estraneo, dove tu non appartieni a niente. Quelle mattinate in cui pensi: “Meno male ci sono gli amici a cancellare quest’angoscia che sale dal centro dello stomaco e arriva su, in alto, fino alla testa e ti fa sentire senza bussola. Persa.
Strana esigenza quella di sentirsi sicuri, fermi, aggrappati a qualcosa che freni lo scorrere incessante del tempo e di te dentro lo spazio che il tempo stesso ti ha regalato. Pensieri, mi dico. E li metto da parte vuoi perché il pranzo era una scusa per festeggiare il compleanno di chi mi ospitava, vuoi perché la sua casa, a dispetto delle mie emozioni nere, era di un luccichio magico.
Un morbido susseguirsi di alberi e piante; piccole colline dal manto verde alternate a una terra più dura e brulla di cui il sole intenso delle due ne evidenziava le sfumature: rosso, ramato, giallo, ocra, marrone spalmati tra cielo e terra. La strada, in mezzo, bianca: netta nel distinguersi, chiara nell’invitarci.

Può un sentiero parlare attraverso i suoni che ne accompagnano i metri, e poi i chilometri?
Tre papaveri ritti alla base di un cartello; un bivio senza indicazioni leggibili. Siamo in sei, solo donne in questo giro di valzer, allegre dopo aver brindato più e più volte in onore della festeggiata. Dai vitigni di una coppia di amici, il regalo più comunista di tutti: quattro bottiglie di Chianti da bere esclusivamente in compagnia che una a testa sarebbe stata troppo nonostante gli allenamenti settimanali. Un gusto così deciso da non permettere la solitudine, una spinta a lasciare la casa ed imboccare quel sentiero troppo bianco per essere reale.

Nessuna indecisione: sei caffè stretti come quelli del bar e via a cercar asparagi. Una via asfaltata, un incrocio, le strade che si fanno sempre più piccole finché non diventano sterrate e si diramano dividendo gli orti dei vicini dal bosco più fitto. Un confine naturale fatto di cespugli, di alberi di cerro, di leccio, di roverella. Di sassi sul terreno. Poi i cipressi, quei bugiardi, che disegnano delle linee così perfette che ti fanno credere di non essere in salita, ma il dubbio dentro di te monta finché, senza pietà, realizzi di non essere affatto in Val Padana. L’affanno aumenta, l’inganno è grande.

Camminiamo seguendo l’apripista del gruppo, si muove trascinata dal suo cane. Non abbiamo una meta specifica né velleità di chilometri. Camminiamo perché abbiamo tempo, adesso, e voglia. Una di noi invece non cammina, non può più. Però corre. Va avanti a velocità sostenuta con la sua carrozzina elettrica e finalmente si sente libera, coperta dall’ombra degli alberi più alti, con le fronde che la salutano dall’alto grazie al vento che le fa muovere proprio come si muove una mano: da sinistra e destra e da destra a sinistra. Tutte uguali, mi dico e tutte diverse.

Proseguiamo senza un ordine; parliamo prima in due, poi in tre. Dipende dalla larghezza della strada. Così ci scambiamo i posti e i dialoghi. Incontriamo alcuni stranieri: un uomo e una donna di mezza età e tre ragazze di non più di vent’anni. Sono fantastici. Ho sempre una grande ammirazione per chi cammina e lo fa con metodo, con impegno. Sono organizzati, loro! Vestiti adatti, zaini robusti, acqua, bastoni da trekking, mappe. Mi danno l’idea di sapere esattamente dove stanno andando. Ai miei occhi sembrano degli illuminati (e non per il sole che picchia anche sulle loro teste) ma perché sono fieri delle loro certezze. E li invidio, li invidio tanto perché scelgono una direzione e non si perdono mai.
Forse in quest’occasione non ci perderemo nemmeno noi.

Ad un tratto, dietro una curva che sembrava non finire mai, si intravede un recinto mezzo rotto e in lontananza due macchie scure, di altezza diversa, che si avvicinano verso di noi. Il pensiero è veloce: questa non è la Mulino Bianco, e non abbiamo nemmeno un pacco di Macine da offrire come diversivo. Comunque i cinghiali da queste parti vanno a spasso fino alla Coop e se ne fregano dei prodotti di marca; a volte sono romantici e rastrellano in coppia i perimetri dedicati alla luna di miele, delle altre sono in gruppo e anche piuttosto scorbutici (e sfido io: sono sempre il piatto forte delle trattorie locali!).

Ferme, aspettiamo. Mi sono chiesta anche che cosa, ma rimango immobile e respiro lentamente. Chiudo gli occhi e ascolto: il mio battito, poi l’assenza di voci umane, il fruscio del vento sull’erba, dei cani che abbaiano in lontananza. Sento l’odore dell’umido che sale, si fa a poco a poco più compatto fino ad avvolgere oggetti inanimati e corpi caldi. Avverto un brivido, il sole non è più forte come prima. Con gli occhi ancora chiusi appoggio le mani lateralmente alle gambe, mi piego, col ginocchio destro tocco la strada, apro la mano sulla terra bianca. Respiro a lungo. Non trattengo più nessun pensiero, nessuna paura: è il segreto di un cammino percorso da secoli? Forse.

Ascolto le voci delle altre: parole dolci senza timori. Un nitrito. Apro gli occhi e li vedo: una cavalla color marrone scuro accompagnata dal suo puledro. Resto un po’ indietro a guardare i due animali e le mie amiche. Tutte diverse e tutte uguali. Scatto una foto. È ora di rientrare. Cambiamo direzione, un altro bivio ma questa volta la scritta è chiara: “Via Francigena”; leggo e chiedo ad alta voce: “Secondo voi la differenza dentro di te la fa il nome di un cammino o il modo in cui lo percorri?”.

Silenzio. Bene, io al momento non ne ho idea, ma per scoprirlo una cosa è certa: devo continuare a camminare anche perché l’unica cavalla che c’è non è stata sellata.

 

Simona Merlo

Tanti altri racconti da leggere tutti d’un fiato!

 

 

Autore dell'articolo: A cura della Redazione

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