Impronte – Hasan Ali Toptas

Quando mi approccio ad un libro, il primo sguardo è quello che do alla copertina: e per copertina intendo disegno, grafica, casa editrice e tatto. E qui c’era tutto ciò che mi piace: essenzialità, gusto, casa editrice interessante e coraggiosa (Del Vecchio), e una carta ruvidamente curata e solidamente gradevole al contatto.

Il secondo è quello che do all’interno, allo stile, alla “sensazione d’insieme”. Ecco, io non leggo gli incipit, ma apro il libro in varie pagine a caso, e stavolta qualcosa che non mi sarei mai aspettata da un autore turco sconosciuto mi spettina i pensieri: realismo magico! Incredibile, un realismo magico alla turca. Sono rimasta affascinata da questo libro al primo sguardo. E mediando una vecchia pubblicità che qui calza a pennello, al secondo ne sono stata stregata. Doveva essere mio. E lo fu.

Ho trovato una scrittura densa, vivace, carica di inventiva e mai banale. I paragoni sono sorprendenti, le metafore spiazzanti, le immagini prendono vita emergendo sempre nuove da un contesto straordinariamente ben definito, i personaggi si delineano con lucidità e precisione e la traduttrice, Giulia Ansaldo, fa un lavoro straordinariamente accurato e ne dà testimonianza nel piccolo gioiello di scrittura in fondo al testo.

Ognuna delle sette parti di cui è composto inquadra un contesto e un periodo della vita del protagonista e, col variare della “scena”, anche lo stile si adegua alle varie fasi della narrazione. La prima parte (chiave) è un notevolissimo flusso di coscienza, un monologo ben congegnato che cattura e incuriosisce, predisponendo il lettore a un futuro carico di sorprese. La seconda (sogno) ha un carattere – appunto – onirico che sarà poi ripreso durante il seguito e che inizia il lettore ai continui balzi che lo aspettano tra sogno e realtà, tra presente, passato e futuro. La terza (quiete) ha il ritmo lento dell’amicizia ritrovata e del luogo dove si decide di passare gli ultimi anni della propria vita. La quarta (Yazikoy) riassume la vita dei villaggi anatolici, immersi nel verde, arretrati e genuini, dove tutti si conoscono e si supportano nella buona e nella cattiva sorte. La quinta (frontiera) descrive la vita del protagonista durante i 20 mesi di servizio militare sul confine turco-siriano, costellati di insensate brutture, sopraffazione e morte in un paesaggio aggressivamente desolato, con un linguaggio anch’esso brusco e smodato. La sesta (riconoscenza) risolve un dubbio nato e cresciuto nei capitoli precedenti e introduce un nuovo elemento di irrazionale realtà, e qui il realismo e la magia si scatenano e si rincorrono. La settima e ultima parte (male) mostra un’insospettabile attività mentale e fisica della placida gente apparentemente innocua del ridente villaggio immerso nella natura, e si conclude con un’immagine indimenticabile.

Filo conduttore di tutta la vicenda, a sostegno della denuncia sociale, politica e di costume, è l’amicizia nei suoi molteplici aspetti, nelle sue diverse coniugazioni e nella complementarietà dei rispettivi punti di vista. L’amicizia al di là del dolore e della lontananza, l’amicizia che senza saperlo salva la vita e senza volerlo induce la morte e che riconduce la vita e la morte oltre il limite del conoscibile.

Ariela Faso

 

 

 

Autore dell'articolo: A cura della Redazione

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