Simona Merlo
È arrivata la tregua: il caffè si può bere anche in terrazza a metà mattina o dopo pranzo. Ne approfitto perché so che durerà poco. L’osservo questo rettangolo di metri quadrati all’aperto, piccolo certo, con le imperfezioni di una casa che vorresti senza incrinature, ma meglio di no che il riconoscimento non è di questo mondo. Uno sfogo esterno che poi è anche ingresso giardino zona relax angolo colazione cene al chiaro di luna lavanderia. Lo osservo pieno di luce con i raggi che di sbieco trasportano frammenti di un sacco di roba morta. Tipo le navicelle spaziali. Tipo il mio amico fabbro.
La storia è lunga, unica a dirla tutta, ma l’incipit può essere considerato il livello standard di una brutta giornata di più di un povero Cristo – o povera Crista – come me: la porta non si apre. Proprio così, il confine tra dentro e fuori diventa un sigillo di fuoco che solo impavidi e incoscienti riescono a distruggere: la dimensione blindata che blocca la maniglia, un mistero ancora irrisolto di cui né gli alieni né Mago Merlino hanno la chiave. Io sì, alla faccia loro, ma nel senso fisico e basta: la chiave della porta è intatta nella mia borsa e perfettamente combaciante con la serratura, eppure non funziona. La chiave del mio destino quotidiano che come tante altre cose si rivela inutile.
La scelta di cosa fare, per quanto ovvia, dipende dal tempo a disposizione prima che dal posto di lavoro ti dichiarino “disertore” e dalla materializzazione di una tipologia di artigiano ormai dispersa nel passato Etrusco: il fabbro dalla corta tunica. Ora la fortuna vuole che la porta dal perimetro ribelle abbia come migliore amica una porta finestra: da dentro puoi andare fuori e rientrare, ma con la maledizione della casa aperta alla mercè dei curiosi (non sia mai pensare a una porta balcone che diventi un reale ingresso secondario: proprietari di tutto il mondo mi sentite?).
Dopo aver effettuato con successo il primo passo di una giornata dalla fantasia perversa arriva il momento che i vari sventurati sprovvisti di chiavi di riserva, di un secondo accesso, di una nonna sempre presente in casa conoscono e di cui hanno vivo terrore: la telefonata al fabbro. Prima di poter scrivere su un post-it verde speranza il nominativo dell’eletto, la ricerca saltella da una chiamata interstellare ai marziani che, per indole, sono più inclini a essere presenti durante le catastrofi terrestri alla richiesta di aiuto a chiunque abbia affrontato negli ultimi due anni lavori di riparazione di strutture metalliche.
La buona notizia arriva dopo aver preso il terzo caffè, quello anti disperazione, e aver controllato una ventina di volte la disponibilità di cifre extra sul conto online; per quanto mi riguarda solo preghiere alternate a imprecazioni irripetibili. Comunque ho un nome.
È energico questo nome, non sta fermo, rimanda, sposta giorni e orari. Un nome dalla forza creativa e dai risvolti poco affidabili: sarà che a furia di aprire porte si è confuso e ha spalancato quella sbagliata? Forse sono una malpensante.
Al primo appuntamento, un po’ troppo rapido per i miei gusti ma intenso in quanto a numeri acrobatici, si sono aperte le danze:
– Che cos’è successo?
– Porte montate senza pensare alle conseguenze.
– Scusa, ma che significa?
– Devo apportare una modifica.
– Cioè? È una porta blindata, mica una marmitta!
– Si inceppa qui e qui.
– E quindi?
– Ordino quel che serve e poi opero.
– Prima di operare, ecco: cosa serve?
– Questo pezzo qui e quello là.
– E tu quanto ci metti a operare?
– Non so esattamente. Bisogna fare una diagnosi più accurata.
– Nemmeno fossi un chirurgo. Comunque sei qui: prenditi il tuo tempo.
– Mi dispiace devo andare.
– Ma io ho preso un permesso dal lavoro e, poi, le canzoni dei Pooh non mi piacciono.
– Che c’entrano i Pooh adesso?
– Niente, però sei qui adesso, usa il tuo tocco magico.
– So cosa devo fare.
– Quando?
– Non lo so.
– Ah, ok: perfetto allora.
Gli incontri che si sono succeduti con il mio amico fabbro mi hanno regalato preziosi momenti onirici: quando finalmente lui, il fabbro in tunica, si materializzava, mi sembrava un sogno e le sue parole mere espressioni di un dolce risveglio.
– Grazie di essere venuto.
– Qual è il problema?
– Come qual è?
– Sì, dov’è la porta?
– Sempre lì, dietro di te: l’hai appena attraversata.
– Ah, bene. Senti devo chiamare, devo vedere cosa fare…
– Ma come: l’ultima volta avevi tutto chiaro.
– Sì, però meglio confrontarsi.
– Con chi che lavori in proprio?
– No, guarda, meglio così: mi faccio sentire io.
– La porta è sempre la stessa e così il problema che ha.
– E ma oggi non posso.
E non ha potuto nemmeno nelle settimane a venire: per un intervento da coordinare insieme alle forze dell’ordine, in un’altra città naturalmente; per una visita al ginocchio improrogabile altrimenti non avrebbe potuto più camminare; per il troppo caldo, perché bisogna aspettare il freddo, per un paio di birre in più.
Così, rassegnata, mi godo la tregua di questo strano passaggio dall’estate all’autunno nella mia piccola terrazza, osservando i raggi del sole che illuminano le piantine di fragole, lì per terra, e che trasportano frammenti di navicelle spaziali, forse, e il ricordo del mio amico fabbro che, suppongo, ripari le porte su Marte.