Elena Casi
Dal caso Cornell alle chat italiane, fino alla politica che discute di gonne: il problema non è soltanto credere alle donne. È smettere di considerarle sempre imputate.
Il riflesso di mettere sotto esame chi denuncia
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui una società reagisce quando una donna racconta di essere stata molestata, violata, umiliata o semplicemente osservata come un oggetto. La prima domanda, troppo spesso, non riguarda quello che è successo. Riguarda lei.
Dove era?
Con chi era?
Quanto aveva bevuto?
Come era vestita?
Perché era lì?
Perché non se n’è andata?
Perché non ha denunciato prima?
Perché ha continuato a parlare con quella persona?
È un meccanismo antico, ma non è affatto scomparso. Ha semplicemente cambiato linguaggio. E in questi giorni il caso della studentessa di Cornell, tornato sotto i riflettori dopo la riapertura dell’indagine su una presunta violenza sessuale avvenuta nel 2024, lo rende particolarmente evidente.
Il caso Cornell e il giudizio dei social
La vicenda è complessa e dev’essere affrontata attraverso gli strumenti della giustizia, non attraverso i tribunali dei social. Una studentessa, indicata come Jane Doe, sostiene di essere stata drogata e violentata da più uomini durante una festa alla confraternita Chi Phi. L’indagine interna dell’università aveva portato a sanzioni disciplinari, mentre inizialmente non erano state presentate accuse penali. Ora l’inchiesta criminale è stata riaperta e la vicenda è nuovamente al centro dell’attenzione pubblica.
Ascoltare e non condannare: è proprio qui che bisogna fermarsi a riflettere
Non per stabilire noi cosa sia accaduto quella notte. Saranno le indagini e la magistratura a farlo.
Ma per osservare come parliamo delle donne quando raccontano qualcosa che mette in discussione il comportamento degli uomini. Il problema non è soltanto credere a una donna: dire che bisogna “credere alle donne” è importante, ma non è sufficiente. Perché una donna non dovrebbe essere costretta a superare un esame preliminare di credibilità prima che la sua denuncia venga presa sul serio.
Prendere sul serio una testimonianza non significa stabilire automaticamente che ogni accusa sia vera.
Significa una cosa molto più semplice: ascoltarla, verificarla, indagare e accertare i fatti senza trasformare automaticamente la persona che denuncia nella principale sospettata. È una differenza enorme.
Perché quando la prima reazione è cercare ciò che la donna avrebbe potuto fare diversamente, il baricentro si sposta da chi ha compiuto un determinato comportamento a chi lo ha subito.
Da “che cosa è successo?” a “che cosa ha fatto lei?”. Ed è così che nasce il victim blaming.
Non serve una stanza buia. Basta una chat. La cosa da rilevare è, inoltre, che questo meccanismo non riguarda soltanto gli episodi di violenza sessuale.
Il caso ATM: immagini, privacy e responsabilità
In Italia lo abbiamo visto in una forma diversa ma estremamente significativa, anche nel caso della chat di dipendenti ATM di Milano. Alcuni dipendenti si sarebbero scambiati immagini di passeggere ricavate dalle telecamere dei mezzi pubblici, accompagnandole con commenti sessisti. La vicenda ha portato ATM ad avviare un’indagine, a sospendere i dipendenti coinvolti e a presentare un esposto al Garante per la protezione dei dati personali. La Procura ha aperto accertamenti sull’origine delle immagini.
Quando l’attenzione si sposta sulla donna
Ma anche in quella vicenda è emerso un altro elemento interessante: la donna che aveva portato alla luce la storia si è ritrovata a essere oggetto di discussione. Il Garante della Privacy, prima ancora che il caso fosse formalmente sottoposto all’Autorità, fu criticato in Parlamento per alcune dichiarazioni che sembravano spostare l’attenzione sulla condotta della ragazza che aveva diffuso le immagini. Ed è esattamente questo il punto.
Possiamo discutere della legittimità o meno di una determinata azione, delle regole sulla privacy, di cosa sia consentito pubblicare; ma non dobbiamo perdere di vista l’origine della vicenda: una donna era stata ripresa senza saperlo e il suo corpo era diventato materiale di consumo all’interno di una chat. Sono due piani diversi, e confonderli significa ancora una volta rischiare di mettere la donna al centro dell’accusa anziché il comportamento che ha dato origine al problema.
E poi arriva la politica, e torna la gonna
Il passaggio successivo è ancora più interessante perché mentre discutiamo di consenso, privacy, violenza e dignità, una parte del dibattito pubblico italiano sembra essere tornata a una domanda sorprendentemente antica: quanto deve essere coperto il corpo di una donna per essere considerato rispettabile?
A settembre Antonio Tajani aveva parlato della lunghezza della gonna associandola, nel contesto di un discorso sul matrimonio, alla serietà e all’affidabilità di una donna.
Pochi giorni dopo Roberto Vannacci, commentando quelle dichiarazioni, ha risposto: «Tra una donna con la gonna lunga e una donna con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza». La frase può essere presentata come una battuta.
Lo stesso Vannacci ne ha parlato come di una risposta “leggera” a una domanda altrettanto leggera.
Il corpo delle donne come misura di rispettabilità: perché?
Perché il corpo delle donne continua a essere considerato un argomento pubblico sul quale gli uomini possono esprimere giudizi, preferenze, criteri di affidabilità e persino lezioni di comportamento?
Lunga.
Corta.
Senza.
Coperta.
Scoperta.
Seria.
Avvenente.
Affidabile.
Infedele.
Il vocabolario cambia, ma il meccanismo è riconoscibile: la donna torna a essere raccontata attraverso il proprio corpo.
È lo stesso meccanismo? No. E sarebbe semplicistico sostenerlo. Una presunta violenza sessuale, una chat con immagini sottratte dalle telecamere e una dichiarazione politica sulla gonna sono fatti profondamente diversi. Hanno però qualcosa in comune nel modo in cui possono alimentare una stessa cultura: la tendenza a trasformare il corpo, l’abbigliamento o il comportamento delle donne in una misura della loro rispettabilità. Questa è la parte che dovrebbe interessarci. Perché una cultura non cambia soltanto quando viene modificata una legge: cambia anche quando cambiano le domande che facciamo.
Come si interrompe il meccanismo? Cambiare le domande per cambiare la cultura
Forse dobbiamo cominciare proprio da qui. Quando una donna racconta qualcosa, la prima domanda non dovrebbe essere: “Lei cosa ha fatto?” ma “Che cosa è successo?” e poi vengono le verifiche. Le prove. Le responsabilità. La giustizia.
Quando una donna viene fotografata senza consenso, non dobbiamo partire dal suo aspetto.
Quando una donna denuncia una violenza, non dobbiamo partire dalla sua gonna.
Quando una donna parla, non dobbiamo partire dalla sua reputazione.
Quando un uomo commette un comportamento sbagliato, non dobbiamo cercare una spiegazione nel centimetro di stoffa che indossava la donna. Non significa sospendere il giudizio sui fatti. Significa mettere il giudizio al posto giusto.
Perché una società davvero libera non è quella in cui alle donne viene finalmente concesso di vestirsi come vogliono. È quella in cui il loro vestito smette di essere utilizzato per stabilire quanto valgano, quanto siano credibili, quanto siano rispettabili o quanto e cosa sia lecito fare loro.
La domanda da cui dovremmo ripartire è molto semplice: perché continuiamo a chiedere alle donne di dimostrare di essere rispettabili, invece di chiedere agli uomini di rispettarle?
Questa, più della lunghezza di una gonna, è una questione politica. E soprattutto, è una questione culturale.