“La vigna di Renzo”

PRIMA PARTE

La natura, il paesaggio, più o meno modificato dall’intervento dell’uomo, sono, nei Promessi Sposi, espressione del mondo poetico e religioso di Alessandro Manzoni. Lo stesso sguardo con il quale lo scrittore studia in profondità l’animo e le azioni dei personaggi, o il più vasto mondo dei fenomeni storici e politici che agitano la vita degli uomini, si estende anche agli aspetti naturalistici e alle indicazioni di carattere più specificamente descrittivo.

Il macrocosmo della natura, con le sue alterne vicende soggette tuttavia a leggi immutabili, accompagna le vicende dei personaggi e spesso ha valore di monito, presagio o specchio di intimi sentimenti. Si tratta di una natura psicologica, di una natura stato d’animo che può emanare una visione pacata, serenatrice, perfetta e in sé conchiusa, come all’inizio del capitolo IX dove la comparsa di Padre Cristoforo è associata al sorgere dell’alba.

Tuttavia subito, e quasi sempre, le apparenze idilliache si rivelano ingannatrici “la scena era lieta; ma ogni figura dell’uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero”. Perciò Manzoni, anche dove si abbandona al godimento di un paesaggio che realizza quell’ideale di serenità e di armonia che gli uomini hanno incrinato e che si rivela nel mistero del rinnovarsi continuo della natura, non manca di registrare un elemento di disturbo che porta con sé uno strascico di dolore, retaggio del peccato originale: “la scena era lieta” avverte, ma in quel silenzio di ombre e luci smorzate, c’è un presagio di sventura. Sotto quel cielo sereno, l’ombra scura della carestia.

E troviamo questo motivo di inquietudine ancor più forte, nella descrizione al capitolo XXXIII della vigna di Renzo. Questo episodio, aggiunto dallo scrittore nella “ventisettana”, è marginale rispetto allo sviluppo dell’intreccio ma molto significativo visto che apre una problematica che si riallaccia al “lieto fine” del romanzo, e che ci dà l’opportunità di interrogarci più a fondo sull’esatta posizione etico-morale di Manzoni.

“E andando, passò davanti alla sua vigna; e già al di fuori poté subito argomentare in che stato fosse. Una vetticciola, una fronda d’albero di quelli che ci aveva lasciati, non si vedeva passare il muro; se qualcosa si vedeva, era tutta roba venuta in sua assenza. S’affacciò all’apertura (del cancello non c’eran più neppure i gangheri); diede un’occhiata in giro: povera vigna! Per due inverni di seguito, la gente del paese era andata a far legna ‘nel luogo di quel poverino’, come dicevano. Viti, gelsi, frutti d’ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede…”.

Luigi Russo giudica questa descrizione “un pezzo di bravura”, ci informa che Manzoni ebbe molta passione per la botanica e da bravo “democratico e cristiano”, volle dare riconoscimento letterario anche alle piante più umili. In effetti si tratta di una pagina minutamente descrittiva da fare invidia ai più esaustivi manuali di agronomia; sappiamo che lo scrittore si occupava personalmente dell’andamento dell’azienda agricola del padre; ovvio perciò fosse competente in materia. C’è forse nel brano, oltre ad uno scrupolo realistico, un certo diletto erudito, tuttavia io non parlerei di sensibilità georgica di un Pascoli, come alcuni hanno fatto, in cui l’idillio campestre è sensazione musicale, estetismo, gusto decadente, né di leggerezza umoristica con cui accostò “radichelle”, “acetoselle”, “spighette” e “pannocchiette”, ma piuttosto di una sapiente orchestrazione verbale che fa riflettere: il lessico esprime una visione che non è solo esteriore, ma che penetra e scuote l’anima. Indubbiamente siamo di fronte ad una dimensione narrativa più scarna ed essenziale rispetto al resto del romanzo, un metodo oggettivo e distaccato, che forse prelude a quello dei veristi, portando la poesia e la psicologia di un personaggio al significato di dramma corale.

Ezio Raimondi osserva che il primo piano sulla vigna ha un effetto di: “antitesi violenta […] capovolge il rapporto tra l’uomo e la natura la quale può vivere in se stessa non come cornice di una scena umana ma con forza e groviglio di forme in conflitto”.
Io ritengo che questo gioco dialettico, personaggio-paesaggio, oltre ad avere il significato attribuitogli da Raimondi, è pur esso un problema morale e religioso: il segno più tangibile della cacciata di Adamo dall’Eden e che si coglie in quella considerazione morale posta a concludere la descrizione di tutto quel “guazzabuglio”, “ Il rovo era per tutto […] pareva che fosse lì per contrastare il passo, anche al padrone”.

Il legame psicologico con il personaggio consiste in quell’impedimento materiale che lo stesso Renzo avverte dinanzi allo spettacolo di desolazione e al silenzio della sua vigna. Del resto anche l’arrivo al suo paese è sottolineato da una sovrapposizione di immagini che hanno il colore dell’allucinazione: i rintocchi della campana a martello; la casa di Lucia, ora solo casa di Agnese, Tono e Gervaso divenuti, per un tragico segno della peste, una persona sola; don Abbondio, il cui movimento di “meraviglia scontenta” mostra quelle “povere braccia che ballavano “nelle maniche”. La morte è insita nella vita stessa, nei segni dei sopravvissuti che parlano anche a un contadino incolto: la vita nel paese è per Renzo finita per sempre.

Ho detto prima che nel Fermo e Lucia questo brano non c’era. Lì Renzo era accolto da Agnese senza perciò avvertire quella desolazione. Nella nuova edizione, invece, la visita al paese è solo un preambolo, nessun porto sicuro, solo una tappa obbligata per chi dovrà compiere l’esperienza decisiva ancora a Milano.

Carla Bardelli

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Autore dell'articolo: Simona Merlo