La forza struggente di “Across the Universe”

Da sempre sono un appassionato ascoltatore della musica dei Beatles, il quartetto inglese che negli anni ’60 ha rivoluzionato “anche” il mondo musicale. Tra i brani per me immortali Let it Be è quello che amo e suono da sempre.

In questo pezzo struggente, Paul McCartney si rivolge a Mother Mary (identificata dai critici sia con la madre di Paul che con la Vergine Maria) che nel bisogno o in un momento di sconforto gli dice “non preoccuparti, lascia che sia, lascia andare, let it be”.

Let it Be, che fa da titolo all’ultimo disco ufficiale del gruppo di Liverpool, è un po’ il lascito che Paul regala ai fan come commiato dall’avventura dei favolosi Beatles. Di fatto è storicamente l’ultimo brano che John, Paul, George e Ringo registrarono insieme in studio.

Oggi, però, voglio parlare di una cover tratta da uno splendido film del 2007 diretto da Julie Taymor che ha per titolo un altro successo dei Beatles: Across the Universe.

Il film è interpretato da Evan Rachel Wood e Jim Sturgess in modo magistrale racconta la “piccola” storia d’amore tra due ragazzi degli anni ’60: lui inglese di Liverpool, lei statunitense.

La loro storia si interseca con i maggiori accadimenti storici di quel periodo: dalla guerra del Vietnam alla sexual revolution. Colonna sonora e attore protagonista è proprio la musica dei Beatles.

Attraverso le reinterpretazioni degli attori-cantanti (devo dire a mio parere splendide) la loro musica prende nuova vita e diventa ancora una volta immortale dentro un altro mezzo narrativo: il film. I brani infatti si inseriscono perfettamente nel contesto storico che la pellicola racconta.

Let it Be poi viene usata dalla regista, in una struggente interpretazione, per descrivere le repressioni della polizia americana nei confronti dei manifestanti per la pace, per sottolineare l’inutilità della guerra del Vietnam e si fa prodromo del rifiuto dei giovani nei confronti di tutti i conflitti.

La canzone prende avvio dalla notizia, ricevuta dalla protagonista, della morte in battaglia del suo fidanzato americano.

La regista non utilizza dialoghi tra i protagonisti.

Lo spettatore comprende quanto è accaduto dalle inquadrature che, silenziose, mostrano due militari in visita a una casa.

Due ragazze, vedendoli, abbandonano le biciclette, con le quali erano in giro, e si precipitano verso la figura femminile che compare sull’uscio della casa.

I due militari, con un effetto rallenty, scendono le scale del portico.

Dalle mani della donna scivola una piastrina di riconoscimento.

Le ragazze l’abbracciano.

Cambio di inquadratura e siamo a Detroit, lo sappiamo dalla scritta sull’auto della polizia che compare per qualche istante, con i disordini dei neri che chiedono uguaglianza e la polizia che utilizza la forza sparando sui manifestanti che vandalizzano negozi e abitazioni. 

Un bimbetto, quasi sussurrando (whispering) inizia a cantare “When I find myself in times of trouble, Mother Mary comes to me – Speaking words of wisdom, let it be”

Mentre sullo schermo passano immagini di guerriglia urbana, in sottofondo solo rumori, colpi d’arma da fuoco e poi, improvvisamente, un manifestante cade ucciso dalla polizia.

La canzone viene quindi ripresa da Carol Woods che, intonandola come un gospel, sottolinea la verità di un doppio funerale. Da un lato le immagini si soffermano sul corteo funebre del soldato ucciso in una guerra lontana per “difendere” la democrazia sepolto con la bandiera a stelle e strisce; dall’altro un corteo funebre di gente di colore che entra in chiesa per dare l’estremo addio (ALLERTA SPOILER) al ragazzino che aveva intonato la canzone che, supponiamo, sia stato ucciso dall’esercito chiamato a difendere la demo-supremazia dei bianchi sui neri.

La supplica a Mother Mary giunge nel momento in cui la madre accarezza le mani del bimbo steso nella sua bara e contemporaneamente la bandiera americana viene ripiegata per essere consegnata alla famiglia del soldato caduto sotto gli occhi tristi della fidanzata, Evan Rachel Wood.

Il coro continua a intonare Let it be. L’ultimo pugno di terra gettata sulla bara del ragazzino scivola da una mano mentre la camera scorre lungo il braccio per rivelare il volto del fratello del bambino ucciso: il musicista che ritroveremo più avanti nel film.

Ultima immagine, una carrellata sulla fidanzata in lutto stesa nel suo letto, rinchiusa nel suo vestitino nero, con lo sguardo perso nel vuoto.

Risuonano gli accordi finali del pianoforte.

E si conclude così questa interpretazione di “Let it Be” di Lennon-McCartney.

James Vip

Autore dell'articolo: Simona Merlo