L’architettura come scelta di vita

L’architettura per Irene Calabria: quando e perché hai scelto questa professione?
Credo di aver pensato di voler fare l’architetto intorno ai 14 anni: all’interno del mio nucleo familiare, e anche nelle immediate vicinanze, ho respirato aria intrisa dell’argomento: mio padre è geometra, anche se ha sempre insegnato, mio zio è ingegnere, ed entrambi frequentavano colleghi. Insomma ero circondata! Le attrezzature da disegno le ho sempre avute a portata di mano e hanno esercitato su di me una certa attrazione.
Il perché della mia scelta: perché non saprei fare altro!
E poi cos’è l’architettura per me: è il motore della crescita della civiltà. La casa è la nostra prima necessità: la famiglia, il focolare, la costruzione vera e propria. E ancora la ricerca di una stabilità, di un riparo…

All’interno del tuo percorso di studi chi riconosci come tuo mentore e punto di riferimento?
Durante il mio corso di studi, anche se la nostra frequentazione non è iniziata da subito, ho incontrato il mio mentore (che poi è stato il mio relatore della tesi di Laurea): il prof. Pasquale Culotta. Ricordo ancora come chiamava “Irene Basilissa” (Imperatrice di Atene). Niente male!

Per quanto riguarda la professione vera e propria, invece, il mio punto di riferimento è stato mio zio, che chiamo da sempre Cicci nonostante la fisicità imponente; ed è un ingegnere. Mi sono formata seguendolo, ero la sua ombra, cercando di carpire quanto più possibile da ciò che conosceva e dalla sua esperienza (adesso che è in pensione sta vivendo una fase di rinascita, una sorta di percorso di disintossicazione dalla mie costanti domande).

Mi definisco un’architetta sui generis visto il rapporto positivo e costante con gli ingegneri!

E poi i miei genitori, che sono sempre stati accanto a me; mio padre mi guarda con i suoi occhi azzurri pieni di orgoglio e questa cosa mi emoziona ogni volta.

A livello internazionale, quali “grandi nomi” influenzano ancora adesso i tuoi lavori?
Oggi è davvero difficile non venire influenzati: vediamo tanto, sentiamo tanto e queste “espressioni esterne a noi” fanno parte delle nostre rielaborazioni professionali, anche se spesso soltanto agognate.
Proprio per questo posso dirti, con serenità, che i grandi nomi influenzano sì i miei sogni architettonici, ma non certo i miei lavori. Devo misurarmi con una realtà molto contratta, che lascia poco spazio alla sperimentazione.
Tuttavia ma qualche nome voglio fartelo: Frank Lloyd Wright e il suo Guggenheim Museum a New York (parliamo di un progetto della prima metà del 1900, anni ’40, ancora attualissimo); Le Corbusier (Charles-Édouard Jeanneret-Gris) e i suoi cinque punti dell’architettura: come non nominarlo; Alvaro Siza Vieira, Frank O. Gehry, e poi Tadao Ando, ecco quest’ultimo mi piace moltissimo.
Vorrei fare un altro nome, non per la sua architettura, eccezionale sotto ogni punto di vista, ma per quello che ha rappresentato e che rappresenta anche adesso che non c’è più: vale a dire il suo essere “architetto donna” in una società ancora fortemente maschilista: Zaha Hadid.

Qual è la tua “specializzazione”?
Questa domanda è davvero è difficile! Devo dire, purtroppo o per fortuna, che non ho una “specializzazione” come la si intende nel mondo universitario di adesso. Ma al contrario mi sono occupata di tante cose, a volte anche molto diverse tra loro (per quanto interconnesse): dalla definizione di pratiche edilizie (ad esempio sanatorie di abusi edilizi, realizzazione di strutture precarie e via dicendo; attività di per sé poco architettoniche…) all disegno di mobili o di composizioni delle piastrelle (di rivestimento e di pavimentazione), a edifici edili e altri un po’ più carismatici…

Chi vorrebbe conoscere i tuoi lavori e te, dove può trovarti fisicamente e leggerti online?
Il mio studio è in via Mazzini n. 11 a Gioiosa Marea, il mio paese di origine, (provincia di Messina). Ho un profilo Instagram, una pagina Facebook e sono anche su Google Maps.

Qual è l’influenza dell’architettura sull’arte? E ancora può essere considerato lavoro artistico quello architettonico?
L’architettura è un contenitore dell’arte, fisicamente intendo. E ne è anche fonte di ispirazione. Va da sè che il lavoro architettonico può essere considerato un lavoro artistico: come tutto ciò che il nostro cervello elabora stimolato dalle emozioni.

Il tuo progetto più bello e quello che desideri realizzare da sempre (sogno nel cassetto)
Il mio progetto più bello è ancora un’idea: ho realizzato lavori che mi hanno fatto emozionare e a cui mi sono affezionata, ma il concetto di “bello in assoluto” è ancora di là da venire.
Come tutti i sogni nel cassetto anche il mio è pieno di speranze e di paure: vorrei realizzare qualcosa da zero a cento, in tutte le sue parti; un edificio che porti la mia firma in ogni particolare – dall’esterno agli arredi – ma poi ho anche pura del cosiddetto foglio bianco: nessun vincolo non è mai la strada giusta. Però il mio obiettivo è da sempre quello di lasciare un segno nella mia Sicilia, in particolare nel mio territorio. Un segno “nel modo” che sottolinei (senza pretesa di oggettività naturalmente) la mia visione dell’architettura e allo stesso tempo un segno fisico del “mio essere Architettessa”, come mi chiama Padre Ciro.

Simona Merlo

Autore dell'articolo: Simona Merlo