Simona Merlo
A volte mi capitava di camminare al buio: una scelta, pessima, dettata dalla convinzione di sapere abbastanza per non farmi male. In termini spaziali imparavo velocemente la disposizione dei mobili, la grandezza del letto e le vie d’uscita. Dietro la forma, la sostanza: dietro un rettangolo di legno, la mia libertà. Che poi, riflettendoci adesso, da cosa scappavo? Dal tempo, sopra ogni cosa. Mi dava sui nervi che qualcosa all’esterno del mio corpo potesse decidere per me quello che avrei o non avrei dovuto fare. Da bambina, sei piccola; da adolescente, sei in un’età difficile; poi sei troppo giovane per capire o troppo grande per continuare a fare le cose di sempre. Sei dentro il flusso ordinato delle convenzioni sociali o, come mi dicono spesso con una certa ironia, sei troppo avanti (o troppo indietro, dipende) rispetto alla mentalità del tuo tempo. In sintesi: sei sola. Un incubo senza urla. Perché non puoi nemmeno gridare contro il naturale evolversi di se stessi anche se tu non ne fai parte. Non si può: è da maleducati e faticoso, e potrebbe trasformarsi in una nuova malattia autoimmune, parolacce perpetue contro il nulla cosmico o risata con isteria per i più sensibili. Così da sempre io osservo le porte. Mi piace studiarle nei minimi dettagli, colore, modello, materiale, scelta della maniglia, grandezza; guardo come scorrono negli uffici, se sono fashion nei locali, se quelle del bagno sono fornite di utili ganci e di chiavi o chiavistelli perché se ho scelto di aprire quella specifica porta, la stessa mi deve assicurare il ritorno al mio mondo. Nel momento in cui glielo chiedo. Questa passione ha tuttavia un punto debole: le devo provare, tutte. Apro porte che non mi competono, di cui non conosco i proprietari; resto ipnotizzata da chi si ferma sull’uscio: indeciso, sbadato o, come me, ne sta ammirando i cardini? Con la tristezza nel cuore, e soprattutto nel mio portafogli, sono vittima di una sindrome sconosciuta che non riesco proprio a dominare; non importa quanto lontano io vada, quale casa scelga, quanto mi costi: la porta della casa accanto è sempre più bella, e io la devo possedere perché dietro potrebbe esserci quella leggerezza sospesa del tempo che non torna più.
Costruisco i miei giorni affinché siano tutti diversi. Oggi tocca ai colori. Mi ricordo gli astucci per la scuola; ne avevo uno beige con una fragola vicino alla chiusura. Dentro un arcobaleno per bambini: dodici matite che ordinavo più o meno sempre allo stesso modo; partivo dal grigio per arrivare al giallo o al bianco quando c’era, in mezzo varie tonalità di blu, verde e rosso. Il meno ricercato ma utilissimo marrone, il viola e l’arancio intenso. Dall’altra parte lo spazio per la gomma, la lapis, le penne blu e rossa, cancellabili. Quanti fogli strappati ugualmente, segni tracciati con quella scrittura tondeggiante e imprecisa che non andavano via con niente. Come il dolore; gli strappi subiti nell’infanzia che non guariscono, nemmeno da adulti. Nemmeno quando in apparenza tutto è normale e va come dovrebbe; nemmeno quando hai lasciato i ricordi dietro di te, dietro una porta che finalmente non dovrai mai più aprire. Ma i pensieri vagano coraggiosi o ignari, scatenati da un profumo, imprigionati in un gesto.
Curiosa da morire mi sono spesso chiesta il perché delle cose. Mio padre ad esempio non aveva scampo di fronte ai documentari. Se l’argomento erano i leoni marini, giù con duemila domande senza dargli tregua; alla fine escogitò un sistema perfetto per rispondermi e godersi al contempo il regno animale raccontato dagli esperti: mi comprò un taccuino su cui annotare le mie perplessità che, però, potevo chiedergli solo a fine programma.
A proposito della fase perché, il tormento dei miei 5, 6 anni era “perché si muore?” seguito da un “allora anch’io devo morire?”. Immagino le espressioni basite dei miei genitori. Cosa rispondi a una bimba angosciata dal tempo proprio all’inizio del suo viaggio? Niente. Oppure le dici la verità: che tutti gli esseri umani sono destinati a morire e che non dovevo pensare a qualcosa che mi sarebbe toccata molto più in là. “Molto più in là?!”, non mi rassegnavo e, a dirla tutta, nemmeno adesso.
Mi sono buttata anima e corpo contro questo spostamento dell’inevitabile. Così concentrata sul fare che mi sono persa proprio dentro la mia vita. Labirinti di percorsi precostituiti che mi hanno confusa. Iniziamo dal senso di colpa e da quello del dovere. È facile e perverso fare pressione su chi vive continui tumulti interiori ed è ancor più semplice trasformare furbe tradizioni in condizioni storiche. La colpa è femmina. E anche se sei cresciuta in una famiglia piuttosto rilassata, e anche se non vivi all’interno della tua dimora diversità laceranti, queste stesse fanno parte del tuo quotidiano. Le vedi ma non le capisci.
“E già (sospiri) una volta funzionava così”. Era avvincente e triste insieme il modo in cui mia nonna concludeva le sue storie. Cercava di dissimulare la durezza di un ricordo che la tormentava, ma le sue rughe rispondevano prima delle parole, prima di ogni gesto rassicurante. Fu così quando mi raccontò di Adele, una giovane donna che osava dire ad alta voce ciò che pensava o di Rita, la più allegra e procace delle sue amiche o di sua madre, remissiva e dolce con tutti. Donne di altri tempi, così lontane nell’idea ma non nello spazio, che dovevano stare al loro posto, parlare e comportarsi a modo, e non perché fossero delle rivoluzionarie violente o delle presunte assassine ma in quanto, semplicemente, erano “le deuxième sexe”. Morirono, di botte la prima e strangolata la seconda; morirono perché ridevano e parlavano; morirono perché avevano la presunzione di sentirsi persone prima di donne; morirono perché l’offesa, presunta o reale che fosse, dell’onore di un uomo valeva più della vita. “E tua madre?” chiesi. “Rimase vedova in una torrida giornata estiva. Per fortuna”.
1981. Ero già nata. In una famiglia dove vige il massimo e reciproco rispetto e la gentilezza non è dettata dalle apparenze né dai doveri; dove la sottomissione del più debole è solo un atto di codardia, e la violenza è segno di stupidità. Una casa, la mia, in cui non si parla più di “delitto d’onore” e “matrimonio riparatore”, forse perché percepiti lontani nel tempo o perché è meglio dimenticare. Bastano quindi una quarantina d’anni per evolversi a uno stadio superiore e capire che la forza del genere umano è dentro la diversità? Secondo me no, ma spero il contrario con tutta me stessa.
Poi chiudo gli occhi: è inverno. Decido di fare una passeggiata senza meta. Rubo quel po’ di calore che flebili raggi di sole mi regalano rimbalzando da un palazzo all’altro. Il vento si insinua sotto i miei vestiti. Fa freddo. Odio litigare. Eppure mi capita sempre più spesso. Ragionamenti ingestibili che esplodono in percorsi tortuosi. E aggiungerei insignificanti. Prendo fiato da questo fluire di stupidità che sta invadendo il mio mondo e che mi fa arrabbiare. Come mi fanno arrabbiare i commenti di quei programmi “di approfondimento” sui casi di cronaca nera dove, ogniqualvolta la vittima è donna, si deve scavare per trovare una verità negativa, un aspetto che sottolinei quanto quella donna non fosse affatto una santa. Come se dall’alto, un gruppo di persone potesse decidere chi è degno di vivere e chi no in base a parametri sempre diversi a seconda dei casi (e direi del sesso) e giustificare, in parte, le atrocità commesse. Frasi quali “se l’è cercata”, “era una provocatrice”, “era una facile” sono un filtro protettivo da una parte, e un dito puntato dall’altra, utilizzati per mettere a tacere quella voce collettiva che in passato ha fatto tanto per ottenere dei cambiamenti e che invece ora dà molto per scontato. Perché, è doveroso dirlo, gli uomini, i meno illuminati, ancora accusano e le donne, timorose di far parte di una categoria non protetta, riecheggiano. La ciclicità della Storia è come il DNA: (quasi) una certezza.