Elena Casi
I democratici controllano il Congresso, ma su dazi, Ucraina e NATO il presidente ha ancora le mani libere. Ecco cosa cambia davvero per noi.
Ieri vi ho raccontato perché lo tsunami blu è arrivato fino in Kansas: la benzina, la guerra in Iran, il carrello della spesa. Oggi la domanda è un’altra: cosa cambia per l’Europa, e per l’Italia?
La risposta istintiva è “respiriamo”. In parte è vero. Ma a Bruxelles circola un timore che va contro l’intuito: un Trump più debole in casa potrebbe diventare più duro fuori. Il Congresso controlla le leggi e i soldi. Dazi, truppe e diplomazia, invece, restano in gran parte nelle mani del presidente. E i prossimi due anni si giocheranno proprio su questo confine.
Iran: la guerra che ci arriva alla pompa
La guerra in Iran è il punto in cui il voto americano ci tocca più da vicino. Da quando è iniziata, il 28 febbraio, lo Stretto di Hormuz è rimasto praticamente chiuso. Il risultato lo vediamo ogni volta che facciamo benzina: il 4 novembre, secondo i dati del MIMIT, il gasolio self costava in media 2,237 euro al litro e la benzina 2,010. Il Brent, il petrolio di riferimento per l’Europa, è intorno ai 104 dollari al barile.
I democratici hanno promesso di usare il Congresso per chiudere la guerra. Gli strumenti sono due:
- I soldi. Il Congresso approva il bilancio della Difesa e può legare i fondi a condizioni precise sulla guerra.
- I poteri di guerra. Può votare una risoluzione che obbliga il presidente a ritirare le truppe se il Congresso non autorizza l’operazione. A settembre ci avevano già provato: la risoluzione è caduta al Senato per un solo voto, 49 a 50.
C’è però un limite. Una risoluzione vincolante Trump può bloccarla con il veto, e per superare il veto servono i due terzi di entrambe le Camere, che i democratici non hanno. E c’è un rischio: il nuovo Congresso si insedia il 3 gennaio. Alcuni analisti temono che Trump approfitti di questi due mesi per intensificare le operazioni, prima che le nuove maggioranze possano fermarlo.
Per noi la conclusione è semplice. Se la pressione del Congresso accorcia la guerra, il prezzo del petrolio scende e il pieno costa meno. Ma non succederà domani, e il gasolio a 2,20 euro ce lo teniamo ancora per un po’.
Ucraina: più promesse, ma i soldi li spende la Casa Bianca
Per Kiev il voto è una buona notizia, ma meno di quanto sembri. Molti democratici vogliono nuovi fondi per l’Ucraina, e da gennaio guideranno le commissioni del Senato. I diplomatici europei sperano che il nuovo Congresso spinga Trump a continuare a fornire la difesa aerea e i missili intercettori, e a essere più duro con Mosca. Da Bruxelles l’Alta rappresentante Kaja Kallas ha subito chiesto più pressione sulla Russia.
Il problema è un altro: approvare i soldi non basta, bisogna spenderli. Negli ultimi due anni la Casa Bianca ha tenuto fermi fondi già approvati dal Congresso fino alla fine dell’anno fiscale, quando scadono. Una ricercatrice dell’European Council on Foreign Relations, Nevada Joan Lee, lo dice senza giri di parole: i governi europei dovrebbero considerare quei fondi un’intenzione, non un impegno.
Il Congresso ha però una leva più solida: la legge annuale sulla Difesa, che va approvata per forza. L’anno scorso, con i repubblicani in maggioranza, ci sono finiti dentro aiuti pluriennali a Kiev e limiti ai ritiri di truppe dall’Europa. Con i democratici quella leva si allarga.
Tradotto: l’Ucraina avrà più alleati a Washington, ma l’Europa non può smettere di pagare la sua parte. Anzi.
Dazi: la leva che il Congresso non può togliere a Trump
Sui dazi la notizia per noi è la meno buona: il voto cambia poco. A febbraio la Corte Suprema aveva bocciato i dazi “di emergenza”. L’amministrazione li ha spostati sotto un’altra legge, la Section 301 sulle pratiche commerciali sleali, che permette al presidente di agire senza passare dal Congresso. I democratici possono convocare audizioni e rallentare le nomine, ma togliergli quel potere è un’altra storia.
Anzi, secondo un economista della banca olandese ING, con un Congresso ostile Trump potrebbe usare i dazi ancora di più: è uno dei pochi campi in cui può dimostrare di comandare da solo. I democratici proveranno a ridurne alcuni in nome del carovita, che in America è stato il tema della campagna. Ma serviranno anche voti repubblicani.
Per l’Italia il quadro è a due facce. L’accordo firmato nell’estate 2025 tra Unione europea e Stati Uniti ha fissato un tetto del 15% sulla maggior parte delle nostre merci. Nel complesso il made in Italy ha retto: nei primi otto mesi del 2026 l’export verso gli USA è cresciuto del 3,7%, meglio di Germania e Francia. Ma a settembre, secondo le stime preliminari dell’Istat, è sceso del 6,6% rispetto a un anno prima. E alcuni settori stanno pagando molto: le spedizioni di vino verso gli Stati Uniti sono crollate del 34% nei primi due mesi dell’anno.
Gli Stati Uniti valgono per noi oltre 71 miliardi di euro di export l’anno. Un presidente indebolito che cerca nemici esterni è un rischio concreto per le imprese italiane, soprattutto per quelle piccole.
NATO: meno soldati americani, più Europa
Sulla NATO il Congresso conta più di quanto si pensi, perché controlla il portafoglio. La legge sulla Difesa di quest’anno, votata dai repubblicani, già limita la possibilità della Casa Bianca di ritirare truppe dall’Europa. Un Congresso democratico può rafforzare quei vincoli.
Ma anche qui il timore è che Trump reagisca alla sconfitta alzando la voce con gli alleati. Cinque diplomatici della NATO hanno detto a Politico che un presidente indebolito potrebbe ritirare altre migliaia di soldati dall’Europa. Entro dicembre è attesa una revisione del Pentagono sulla presenza militare americana nel mondo. Washington potrebbe anche ridurre i contributi al bilancio comune della NATO e frenare il meccanismo con cui gli europei comprano armi americane da mandare a Kiev.
La risposta europea, per ora, è una sola parola: autonomia. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius si è congratulato con i democratici, ma ha ripetuto che la NATO deve diventare più europea per restare transatlantica. Anche i mercati l’hanno letta così: mercoledì i titoli della difesa europea sono scesi, Leonardo compresa, perché un Congresso democratico potrebbe frenare la corsa della spesa militare americana.
Per l’Italia questo significa una cosa scomoda: la pressione per spendere di più in difesa non sparisce con Trump. Cambia solo chi la esercita.
L’Italia: il silenzio di Meloni e il carovita
Mercoledì mattina, a margine delle celebrazioni del 4 novembre, i cronisti hanno chiesto a Giorgia Meloni del voto americano. La risposta è stata: «Di America parliamo in un altro momento». Lo stesso silenzio ha scelto quasi tutta la maggioranza.
La linea però c’è, ed è scritta in un dossier interno di Fratelli d’Italia inviato ai parlamentari, che l’agenzia AGI ha potuto leggere. Il messaggio è: niente parallelismi con l’Italia. Il presidente resta Trump, quindi tra i due governi non cambia nulla. Secondo il partito, gli americani hanno votato soprattutto contro carovita e inflazione. Il documento ricorda anche le tensioni recenti tra Meloni e Trump proprio sulla guerra in Iran.
Gli altri hanno parlato di più. Antonio Tajani ha preso le distanze dicendo che Forza Italia non è mai stata trumpiana. Elly Schlein ha parlato di un segnale di speranza, mentre Giuseppe Conte ha collegato il voto americano alle proteste contro le guerre, il riarmo e i rincari. Roberto Vannacci, invece, ha attaccato la premier: secondo lui rischia di ripetere gli errori di Trump.
Una cosa però unisce tutti, anche chi tace: il tema che ha fatto perdere i repubblicani è lo stesso che pesa sulle nostre tasche. Il governo taglierà le accise sul gasolio dal 7 novembre. La lezione americana è che, quando il pieno e la spesa costano troppo, gli elettori presentano il conto a chi governa. Chiunque sia.
Due Washington, una sola Europa
Da gennaio l’Europa dovrà parlare con due Washington. Da una parte un Congresso democratico, che manda segnali rassicuranti su Ucraina e NATO. Dall’altra un presidente che conserva dazi, truppe e diplomazia, e che potrebbe usarli con ancora più forza per non sembrare un’anatra zoppa.
Sono cresciuta negli Stati Uniti e so quanto in America la politica estera sembri lontana dalla vita di tutti i giorni. Martedì però gli americani hanno votato anche su una guerra, perché quella guerra gli è entrata nel serbatoio. Da noi è entrata nello stesso modo.
Tre date da segnare:
- Dicembre: la revisione del Pentagono sulle truppe all’estero. Dirà quanti soldati americani restano in Europa.
- 3 gennaio: si insedia il nuovo Congresso. Da lì si vedrà se i democratici voteranno davvero per fermare la guerra in Iran.
- Il primo nuovo dazio: se arriva, sapremo che il Trump ferito ha scelto di mostrare i muscoli fuori casa.