Elena Casi
Tra il 12 e il 13 settembre la polizia turca ha colpito in quindici province con un’operazione chiamata “Ailem Güvende”. Centosessantadue procedimenti, nove associazioni, tredici locali. Chi è sceso in piazza a chiedere la liberazione degli arrestati è stato arrestato a sua volta. E a ottobre torna in parlamento una legge che prevede la sterilizzazione obbligatoria.
I blitz sono cominciati all’una di notte. Porte sfondate in case private, sedi di associazioni perquisite, locali svuotati, computer e telefoni sequestrati. Quindici province, cinque procure coordinate — Istanbul, Ankara, Smirne, Aydın, Mersin — e un nome scelto con cura dal ministero della Giustizia: Ailem Güvende, “la mia famiglia è al sicuro”.
Il ministro Akın Gürlek ha annunciato procedimenti giudiziari contro 162 persone, nove associazioni e tredici attività commerciali. Le imputazioni: oscenità, favoreggiamento della prostituzione, detenzione di stupefacenti, associazione a delinquere. Nel fascicolo aperto su Kaos GL — la più nota organizzazione per i diritti LGBTI+ del Paese, attiva dagli anni Novanta — non è nemmeno specificato quali contenuti pubblicati sul sito e sui social sarebbero osceni.
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Chi è finito dentro
Sette membri del consiglio direttivo e del collegio dei revisori di Kaos GL sono stati arrestati dopo l’interrogatorio. Con loro cinque donne trans fermate ad Ankara, ventisette persone a Mersin, sedici messe in custodia a Smirne. Gli arresti effettivi sono almeno sessantatré, un numero che continua a salire mentre le procure procedono.
Tra gli arrestati c’è anche una giornalista, Tuğba Tekerek, fermata a Istanbul e trasferita ad Ankara. Il motivo, secondo la redazione di Kaos GL per cui aveva firmato il pezzo, è un articolo sulle persone LGBT+ in Georgia. Un reportage all’estero, diventato materiale d’indagine in patria.
Poi hanno preso anche chi protestava
Martedì 15 settembre, davanti al tribunale di Çağlayan a Istanbul, decine di persone si sono riunite per chiedere la scarcerazione. Volevano leggere un comunicato stampa. La polizia le ha circondate e caricate sui bus: oltre centocinquanta fermi tra Istanbul e Ankara, almeno trentuno arresti formali, due giornalisti portati via mentre documentavano.
Questo è il punto in cui un’operazione di polizia smette di essere un’operazione di polizia. Quando chiedere la liberazione di qualcuno diventa esso stesso il reato, non si sta più indagando su un fatto: si sta chiudendo uno spazio.
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Settantatré voci spente in una notte
Contemporaneamente ai blitz sono arrivati i provvedimenti di oscuramento: settantatré tra siti e account social. Associazioni storiche, comitati organizzatori del Pride di Istanbul, Ankara e Smirne, collettivi universitari del Boğaziçi e della METU, singoli attivisti e avvocati. E la sezione turca di Amnesty International. X ha eseguito le rimozioni quasi subito; Instagram, al momento, no.
Non è un episodio isolato. A giugno erano già state bloccate Hornet — tre milioni di utenti in Turchia — e poi Jack’d, SCRUFF, ROMEO, Taimi e altre app di incontri, nonostante la Corte costituzionale avesse dichiarato illegittimo un blocco analogo appena tre anni fa.
Non un blitz, un programma
Gürlek ha inquadrato esplicitamente i raid dentro una cornice politica: la strategia presidenziale per il “Decennio della Famiglia e della Popolazione”, proclamata da Recep Tayyip Erdoğan il 2 maggio scorso per il periodo 2026-2035, dopo il “Anno della Famiglia” del 2025.
Nel testo della circolare compare per la prima volta in un documento di Stato l’espressione “corrente di de-genderizzazione”, elencata tra le minacce da cui proteggere le nuove generazioni insieme al calo della natalità. Il documento prevede il monitoraggio dei media e delle piattaforme digitali. Pochi giorni dopo i raid, il ministero ha esteso l’ordine di indagare a tutte le ottantuno province.
E c’è una legge che aspetta ottobre
Dall’autunno 2025 circola un testo che il governo ha provato a far passare tre volte dentro pacchetti giudiziari, ritirandolo ogni volta all’ultimo momento sotto la pressione di oltre duecento organizzazioni della società civile.
Prevede fino a tre anni di carcere per chi “elogia o promuove atteggiamenti contrari al sesso biologico e alla morale pubblica”. Innalza a venticinque anni l’età minima per la riassegnazione di genere. Impone la sterilizzazione obbligatoria come precondizione e vieta l’accesso a chi ha figli. Richiede quattro valutazioni psichiatriche a distanza di tre mesi, in ospedali designati dal ministero della Salute. Punisce i medici che operano fuori da queste regole con pene fino a sette anni.
Il dodicesimo pacchetto giudiziario è entrato in vigore il 31 luglio senza quelle norme. Il ministro ha annunciato una “seconda parte” in arrivo in parlamento a ottobre.
La parte di cui quasi nessuno parla
Tra le organizzazioni perquisite ci sono Pozitif Yaşam e Pozitif-İz. Non fanno attivismo Pride: fanno test, counseling, accompagnamento alla terapia antiretrovirale, supporto all’aderenza. Sono l’infrastruttura che tiene in vita delle persone in un Paese che non ha una rete pubblica equivalente.
Colpirle non è un effetto collaterale di una campagna sui valori familiari. È una decisione con conseguenze misurabili: diagnosi più tardive, interruzioni terapeutiche, cariche virali che risalgono, trasmissioni che si sarebbero potute evitare. Si può essere in disaccordo su tutto il resto. Su questo no: è danno sanitario prodotto dallo Stato, e si conterà in cartelle cliniche.
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Perché adesso
Il contesto aiuta a capire il tempismo. L’inflazione turca resta intorno al trenta per cento, il salario minimo — che riguarda circa metà dei lavoratori — non copre la soglia di povertà individuale calcolata dai sindacati. Il principale oppositore di Erdoğan, Ekrem İmamoğlu, è in carcere dal marzo 2025 e sotto processo con altre quattrocento persone. Il presidente, per ricandidarsi nel 2028, ha bisogno di una modifica costituzionale o di elezioni anticipate.
È il manuale, e non è turco: si prende una minoranza priva di protezioni legali, la si dichiara minaccia alla famiglia, e mentre il Paese guarda lì non guarda il resto.
Cosa succede adesso
Il calendario dei prossimi mesi è già scritto. Il 14 ottobre a Smirne si torna in aula per gli undici dirigenti della Genç LGBTİ+, l’associazione sciolta da un tribunale nel dicembre 2025 per cinque disegni pubblicati sui social: rischiano tre anni. Sempre a ottobre arriva in parlamento la seconda parte del pacchetto giudiziario. E il Rainbow Map di ILGA-Europe, che già colloca la Turchia al quarantasettesimo posto su quarantanove con un punteggio del cinque per cento, misurerà a maggio l’effetto di tutto questo.
La Commissione europea ha definito allarmanti gli arresti. Il relatore del Parlamento europeo per la Turchia parla di escalation scioccante e di un Paese trascinato lungo una strada buia. Amnesty International chiede il rilascio immediato. ILGA-Europe chiede a Unione europea, Consiglio d’Europa e Nazioni Unite di intervenire direttamente con Ankara e di non accettare che la retorica della protezione della famiglia serva a giustificare restrizioni discriminatorie.
Sono parole giuste. Il problema è che la Turchia è anche un partner sulla migrazione, un membro della NATO, un interlocutore energetico e commerciale di cui l’Europa ha bisogno. Finora quella dipendenza è costata alle dichiarazioni europee esattamente il peso che hanno avuto: nessuno.
Una famiglia non è al sicuro quando lo Stato decide chi può esistere.
È vero ad Ankara. Vale anche per chi la frase la legge da qui.