Elena Casi
Una bambina di cinque anni, una famiglia distrutta, una frase lasciata nelle lettere d’addio. La tragedia di Roma non consente scorciatoie: le responsabilità individuali restano, ma quella frase apre una domanda che riguarda il modo in cui una società sostiene le famiglie che vivono la disabilità grave.
Ci sono tragedie che finiscono sulle pagine dei giornali e altre che, per qualche ragione, continuano a interrogare anche quando la cronaca comincia a spostarsi altrove; quella di Pietralata appartiene alla seconda categoria.
Bianca aveva cinque anni. È stata uccisa dai suoi genitori, Luca Abbasciano e Valentina Pambianco, che sono poi morti nella stessa abitazione. La Procura indaga sulla dinamica e saranno autopsie, accertamenti balistici e investigatori a ricostruire con precisione ciò che è accaduto.
Ma nelle lettere lasciate dalla coppia è comparsa una frase che ha immediatamente attirato l’attenzione: “Da soli non ce la facciamo”. È una frase terribile. E proprio per questo non dovrebbe essere liquidata troppo rapidamente.
Non perché possa spiegare o giustificare ciò che è accaduto. Non lo può fare. Non esiste alcuna condizione di sofferenza, nessuna difficoltà economica, nessuna condizione familiare o assistenziale che possa giustificare l’uccisione di una bambina.
Ma quella frase può e deve diventare una domanda.
Quanto può essere sola una famiglia prima che qualcuno se ne accorga? La cronaca finisce. Il problema resta.
La tentazione, davanti a una vicenda come questa, è cercare una parola capace di chiuderla. Follia. Disperazione. Tragedia familiare. Sono parole che descrivono, ma rischiano anche di interrompere la discussione. Il problema è che una società non può permettersi di archiviare una vicenda del genere soltanto come il gesto estremo di due persone.
Non sappiamo ancora tutto ciò che è accaduto nella vita di quella famiglia. E sarebbe scorretto costruire una relazione causale tra le carenze del welfare e ciò che è successo a Pietralata. Ma sappiamo che esiste una questione più ampia.
In Italia milioni di persone svolgono attività di cura informale nei confronti di familiari con problemi di salute legati all’invecchiamento o a patologie croniche. L’Istat stimava in circa 7 milioni le persone che, con frequenza almeno settimanale, prestavano questo tipo di assistenza. Non sono numeri astratti: sono figli, coniugi, genitori, fratelli.
Sono persone che spesso continuano a lavorare mentre assistono un familiare. Che organizzano visite e terapie. Che imparano a compilare moduli, interpretare procedure, conoscere norme e servizi. Che rinunciano a pezzi della propria vita perché qualcuno deve occuparsi di ciò che il sistema non riesce a garantire. E spesso lo fanno senza considerarsi nemmeno “caregiver”.
Il costo invisibile della cura
Nel 2024, secondo i dati INPS, oltre 600 mila lavoratori dipendenti del settore privato hanno usufruito di permessi per assistere familiari con disabilità grave. I beneficiari del congedo straordinario sono stati oltre 76 mila. Sono soltanto una parte del fenomeno perché i dati amministrativi fotografano chi riesce ad accedere a una misura, non necessariamente chi ha bisogno di aiuto. E questa distinzione è fondamentale.
Il caregiver familiare non è semplicemente una persona che riceve un beneficio dall’INPS. È una persona che, spesso per anni, costruisce intorno a un familiare una parte essenziale della propria vita. Il problema non è soltanto quanto costa l’assistenza, ma quanto costa non avere una rete. Costa in termini economici, naturalmente. Ma anche in termini di lavoro perso, relazioni sacrificate, isolamento sociale, stanchezza, salute, progettualità personale. E soprattutto costa in termini di futuro. Perché prima o poi, per molti genitori di figli con disabilità grave, arriva la domanda più difficile: “Cosa succederà a mio figlio quando io non ci sarò più?”
Il “Dopo di noi” esiste. Ma non dovrebbe iniziare dopo. L’Italia ha una legge, la 112 del 2016, dedicata proprio al cosiddetto “Dopo di noi”. La norma ha introdotto misure specifiche per le persone con disabilità grave prive del sostegno familiare, con l’obiettivo di favorire autonomia, inclusione e percorsi abitativi alternativi alla semplice istituzionalizzazione. Il sistema prevede un Fondo nazionale le cui risorse vengono ripartite alle Regioni, mentre l’attuazione concreta degli interventi è affidata ai Comuni organizzati negli Ambiti territoriali. Non è dunque corretto dire che in Italia non esista una politica pubblica sul “Dopo di noi”.
Esiste. Il punto è un altro. Quanto è realmente accessibile? Quanto è omogenea sul territorio? Quanto riesce a diventare progettazione concreta della vita delle persone?
Nel marzo 2026 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto interministeriale che ripartisce alle Regioni 72,295 milioni di euro relativi all’annualità 2024 del Fondo “Dopo di noi”. Sono risorse importanti. Ma il vero obiettivo dovrebbe essere impedire che il “Dopo di noi” venga percepito dalle famiglie come qualcosa che riguarda esclusivamente il momento in cui i genitori non saranno più in grado di occuparsi dei propri figli. Il “Dopo di noi” dovrebbe cominciare molto prima. Dovrebbe essere costruito “durante”, prima del limite.
La domanda che dovremmo porci non è soltanto se una famiglia abbia ricevuto un contributo. Dovremmo chiederci se qualcuno abbia verificato, nel tempo, come stava quella famiglia. Se il caregiver stava lavorando o aveva dovuto smettere. Se aveva una rete familiare. Se riusciva a riposare. Se aveva accesso ai servizi. Se conosceva le possibilità previste dalla legge. Se aveva qualcuno a cui rivolgersi quando la situazione diventava troppo pesante.
Questa è la differenza tra una prestazione e una presa in carico: la prima interviene su un bisogno; la seconda guarda alla persona e alla sua vita. Ed è proprio qui che il welfare dovrebbe cambiare prospettiva.
Il caregiver non può essere invisibile
Per anni il caregiver familiare è stato considerato quasi naturalmente come una figura privata.
Una madre che assiste il figlio.
Un padre che accompagna la figlia.
Un coniuge che si occupa del partner.
Come se la disponibilità della famiglia fosse una risorsa infinita.
Non lo è.
La stessa direzione delle politiche pubbliche più recenti mostra che il tema sta entrando sempre più esplicitamente nell’agenda istituzionale. La legge di Bilancio 2026 ha previsto una piattaforma informatica dedicata ai caregiver e ha istituito presso il Ministero dell’Economia un fondo destinato a finanziare interventi legislativi per il riconoscimento del ruolo del caregiver familiare, con 207 milioni di euro annui a partire dal 2027.
È un passo.
Ma riconoscere una figura non significa ancora aver costruito una rete capace di sostenerla.
La domanda che Pietralata lascia a tutti noi
E allora torniamo a quella frase.
“Da soli non ce la facciamo.”
Non possiamo sapere se quella solitudine sia stata determinante nella tragedia di Pietralata.
Sarà la magistratura a ricostruire i fatti.
Possiamo però chiederci se esistano oggi famiglie che pronunciano, magari in forme molto meno drammatiche, la stessa frase.
Famiglie stanche, che non sanno a chi rivolgersi; famiglie che combattono con la burocrazia, che hanno paura del futuro.
Famiglie che non chiedono più aiuto perché hanno imparato che chiedere aiuto significa spesso iniziare un altro percorso fatto di moduli, attese, appuntamenti e risposte frammentarie. E soprattutto famiglie che non arrivano necessariamente a manifestare una crisi evidente.
Perché la solitudine non sempre fa rumore.
A volte è una madre che smette di vedere le amiche.
È un padre che rinuncia al lavoro.
È una coppia che non riesce più a progettare una vacanza, una cena, una semplice giornata normale.
È un genitore che vive il futuro del proprio figlio come una responsabilità esclusivamente propria.
Non basta dire “mai più”
Dopo una tragedia è facile pronunciare parole come “mai più”. Molto più difficile è costruire le condizioni perché quel “mai più” abbia un significato concreto. Servono servizi. Serve continuità assistenziale. Serve sollievo per chi assiste. Serve una presa in carico che non costringa le famiglie a diventare esperte di welfare per poter ottenere ciò che spetta loro. Serve progettare il futuro delle persone con disabilità quando i genitori sono ancora presenti, non quando non ci sono più. Serve, soprattutto, riconoscere che la cura non è un fatto privato quando una famiglia sostiene per anni un bisogno che riguarda l’intera comunità.
Un Paese civile non si misura soltanto dalle leggi che approva. Si misura da quanto quelle leggi riescono a cambiare la vita delle persone.
Una frase alla quale dobbiamo rispondere. Bianca non può tornare indietro, e proprio per questo dobbiamo evitare di trasformare la sua morte in una semplice notizia destinata a essere sostituita dalla prossima. Non sappiamo tutto della sua storia, ma sappiamo che aveva cinque anni: era una bambina, aveva diritto alla vita.
E sappiamo che una frase, “da soli non ce la facciamo”, è rimasta nelle parole dei suoi genitori. Una frase che non deve diventare una spiegazione, ma responsabilità.
La responsabilità di chiederci se, intorno alle famiglie che vivono la disabilità grave, abbiamo costruito una rete abbastanza forte da accorgersi della fatica prima che diventi isolamento.
Prima che qualcuno arrivi al proprio limite.
Prima che chiedere aiuto diventi impossibile.
Perché una società davvero inclusiva non è quella che dice alle famiglie: “Chiedete aiuto quando ne avete bisogno”, ma quella che sa esserci abbastanza presto da permettere loro di non arrivare mai a dire: “Da soli non ce la facciamo”.
Foto di Elena Carattoni