Simona Merlo
Sabato mattina, umore altalenante. Mi aggiro per casa come una foca monaca e non solo perché mi sento un po’ di forma cilindrica negli ultimi mesi, ma proprio perché vorrei stare vicino al mare a non far nulla se non mangiare e, perché no, sesso anche a fini riproduttivi. Il periodo sarebbe persino quello giusto.
Divago. Non c’è dubbio. Mi faccio un caffè augurandomi che questa volta rimanga tutto dentro la caffettiera. Me lo domando spesso: non ho abbastanza energia al mattino per avvitare come si deve l’oggetto più indispensabile al mondo o finché non bevo almeno una tazza di caffè caldo i miei impulsi dal cervello non arrivano correttamente alle mani? In quest’ultimo caso, non c’è che dire, sono nella cacca: dovrò investire parte del mio già scarso guadagno mensile in sicure colazioni al bar. Mi soffermo su questo pensiero, quasi fosse un nodo filosofico da sciogliere addirittura prima della doccia.
In realtà sto diventando pazza. Non ho dubbi. Per esempio i miei acquisti sono diventati monotematici. Sì è vero la mia disponibilità economica si avvicina di rado agli spiccioli che Alice Louise Walton riceveva all’età di 6-7 anni e anche in quel caso il cambio non mi è favorevole. Eppure in quei posti magici chiamati librerie, la percezione di me stessa svanisce alla prima copertina seducente. E non importa che sia l’ultimo ritrovato di gruppi editoriali avanguardisti in cui i libri fanno da contorno a eventi culinari o che si tratti di antiche librerie in legno e polvere dove i tarli sono dei vip al pari di George Clooney e organizzano Martini party ogni ora. Io entro, sbircio, sfoglio, leggo le quarte di copertina; esco, mi bevo un caffè, un orzo o qualunque cosa mi faccia fermare a ragionare almeno per cinque minuti, ritorno nel maledetto locale della perdizione e compro. Per non parlare delle bancarelle o dei negozi di oggetti di seconda mano che dedicano una parte della propria attività commerciale ai libri a metà prezzo o in sconto al 70%: rasento il Nirvana ma affatto libera dal desiderio, anche qui, compro. Disdicevole e contraddittorio. Non ho scuse.
Il mio umore è ancora seduto sul Tagadà, ma la mia volontà ha deciso di dare una sferzata a questo trend di up e down e come sostiene la Federconsumatori le famiglie stentano a riprendersi in questo panorama economico. Ecco, pure io, ma data la mia vicinanza alla condizione del Dolce Remi piuttosto che ai Robinson mi devo dare una mossa. Così in questa giornata di sole di fine estate, armata di una morbida pezza arancione e di spray antipolvere, mi butto alla conquista delle due torri di casa: la libreria fai da te in legno grezzo che per miracolo regge su quattro livelli esemplari rilegati di ogni tipo e la componibile metà libreria metà scarpiera (ma chi l’ha inventata?).
Il primo passo si può riassumere nella frase tanto famosa quanto abusata “è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo” e nella mia successiva considerazione che la polvere batte il sapone liquido sempre, come la carta batte il sasso nella morra cinese. In effetti avrei dovuto sospettarlo quando, dalla torre numero uno alla numero due, una folata di vento ha fatto roteare piccoli gruppi di tumbleweed, ai più noti come rotolacampo, e senza alcuna giustificazione per la mancanza di poesia di questa parola nella versione italiana hanno conquistato l’intero territorio circostante. Per fortuna, non ero nel deserto.
E qui ancora una conferma del mio percorso lastricato da perle di follia. I libri hanno una voce, delle simpatie e va dato loro un assetto specifico, una catalogazione che in realtà ha poco a che fare con il concetto di ordine e di facile reperibilità riconosciuta come valore internazionale. A casa mia, i contenitori di parole che ho amato e odiato, di autori e scrittrici che invidio e stimo, devono essere individuati con facilità soltanto dalla sottoscritta. Si tratta di un piacere subdolo, ne sono cosciente. Ed è oltremodo strano visto che i libri li presto anche volentieri, ma sapere dove si trova l’ultima ristampa di un’edizione introvabile o il fumetto a colori che mi fa rilassare è un diritto che appartiene soltanto a me. È chiaro: ci troviamo di fronte ad un classico esempio di dittatura. Il rovescio di questa situazione è l’angoscia: ogni libro in più che leggo accresce la mia disperazione su quanti ancora aspettano le mie attenzioni. Mi è chiaro che non vivrò mai abbastanza, nonostante le probabilità di un percorso molto lungo e in salute siano concrete se mi affido alla genetica e alla media di anni di vita-morte dei miei parenti, e che mai, mai riuscirò a soddisfare questa sete di sapere e di emozioni compensative.
Tuttavia il mio problema è il tempo e non nella sua sfaccettatura di implacabile camminatore, no: io ho il terrore di perdere tempo. Il mio tempo. Le mie opportunità. E mi arrovello spesso sui condizionali. Il dramma esistenziale si manifesta però quando passo da un “avrei fatto meglio a” (con il beneficio del dubbio che tanto male poi non ho fatto) alla tipica espressione di pentimento “Ah, se avessi fatto…”. Mi procuro stress e ferite in una forma sublime e impalpabile di autolesionismo cronico. Sono un genio.
Dicevo: la pazzia ha tante forme. Una di queste è il bisogno di conservare i segni tangibili dei ricordi. Mia sorella, da ragazzina, custodiva persino le carte delle chewing gum. Si potrebbero scrivere interi trattati sui comportamenti delle adolescenti negli anni ’90 e posso solo sospettare che cosa o chi l’abbia spinta a una simile scelta. Il punto però è quello che io, a quasi quarant’anni, ho conservato nel cassetto del comò. Scartando le tre civette che di solito stanno “sul” e non “dentro”, il mio cimelio è un biglietto di Trenitalia comprato a un tabacchi dentro un centro scommesse (o era il contrario?). Invece di buttarlo e continuare la sistemazione tirannica di libri, riviste, quotidiani, cd mi sono chiesta che cosa ci facesse un esemplare ex FS non originale datato 18 luglio 2017 del valore di 9 euro e 40 centesimi, sotto cartoline di luoghi incantevoli e pessimi disegni della sottoscritta. Nessuna risposta. Dopo 4 scaffali in Modern Style che possono vantarsi del nuovo arredamento con i 4 ancora da riorganizzare, e due pacchi di preziosissimi – almeno così mi sembravano – programmi teatrali e di cinema del 2016 ormai da buttare, l’insight. Il biglietto racconta la storia di un treno senza passeggeri e del suo capotreno totalmente insensibile di fronte alla solitudine del convoglio. Sarà stata la canicola iniziata troppo presto, la voglia irrefrenabile di andare in ferie o inaspettati problemi di udito del capotreno, ma l’avventura nascosta dietro quel biglietto è degna di film del calibro di “2001: Odissea nello spazio” o “Star Wars: Gli ultimi Jedi” dove gli ultimi non sono Jedi né arrivano primi. Se arrivano. Il problema, in effetti, era arrivare dal punto A al punto B senza passare dal via abbandonando anche l’illusione della perfezione dei concetti geometrici. Una linea retta scavata persino dentro le montagne non è mai, ripeto mai, il modo più veloce di coprire una data distanza se il mezzo con cui lo devi fare è un treno a dir poco vintage e se il conducente ignora la funzione originaria per cui il mezzo stesso è stato costruito: il trasporto. Di merci o persone questo è un dettaglio perché il signor in divisa non-fornisco-informazioni, non-parlo-coi- viaggiatori, non-vi-faccio-salire, m’importa un fico secco del perché avete scelto quest’orario e questo treno, pensava chiaramente di essere su una navicella spaziale e di viaggiare da solo o al più con qualche cane o scimmia disgraziata. Per comprendere il vortice negativo che aveva coinvolto tutti i presenti bisogna soffermarsi su alcuni dettagli. I treni di quella tratta specifica (risparmio i riferimenti riconoscibili per non demotivare i turisti avventurosi) sono davvero pochi. Al mattino presto poi, se ricordo bene, ne esistono soltanto due e sono treni che più che trasportare invitano alla socializzazione. Hanno in realtà un ruolo importantissimo perché, coprendo un tratto di circa 170 km in 3 ore, permettono ai viaggiatori di intavolare discussioni sugli ultimi film usciti al cinema, sul lavoro che non si trova o sugli unici esistenti, sullo splendore del mare. Poi c’è chi parla di continuo al cellulare dando spunti agli esperti del gossip, chi mangia qualcosa, chi dorme, chi gioca a carte. Chi legge. Un magico microcosmo che si ricrea vagone per vagone con quella sopportazione a volte ironica delle altre iraconda di chi ha imparato a non ricevere mai niente: il pendolare.
Quindi, ritornando al componente della NASA in prestito a Trenitalia e considerando l’impossibilità di aver interpretato male i suoi gesti, ecco che cosa accadde: ragazzi e ragazze di diversa età, uomini più maturi, donne con prole e la sottoscritta, fermi sull’unica banchina disponibile della stazione (i binari sono solo due, entrambi occupati da due convogli con destinazioni finali opposte) presenti in anticipo e tutti rigorosamente con biglietto già obliterato, aspettavamo che venissero aperte le porte del mezzo presente sul primo binario per poi ridiscendere e salire, di conseguenza, sul treno fermo al secondo. Il caso, si sa, si beffa sempre dei temerari e ha voluto che il treno in ritardo fosse quello più vicino a noi, ma non il nostro e che se ne infischiasse del forte senso di abbandono e di solitudine provato dal suo gemello. Non potendo attraversare i binari e non esistendo più la figura del capostazione nei comuni piccoli, le domande con preghiera di risposta furono inoltrate all’eroe del momento – l’astronauta sotto copertura – che in perfetta linea con il suo convoglio ci ha ignorati uno ad uno sapendo, peraltro, di essere l’unica nostra chance di spostamento regionale. Quindi all’orario stabilito e stranamente puntuale, vidi andar via al ralenti ciò che un tempo veniva chiamata locomotiva e anziché il susseguirsi di sbuffi romantici e il rumore dei movimenti sulle rotaie, partecipai, con eleganza naturalmente, alla sfilza di maledizioni che da più parti giungevano a gran voce e che sostituì lo sbigottimento iniziale. Forse quell’uomo così distaccato non voleva diventare il nostro salvatore, forse era davvero confuso su chi fosse e che cosa dovesse fare lì su quei binari; forse l’unica cosa che vedeva era lo scintillio del sole riflesso sul mare, lì all’orizzonte, il richiamo di milioni di stelle perché magari il suo sogno era quello di viaggiare nello spazio mentre il mio di arrivare in tempo a un colloquio.